L’Inps sta preparando nuove norme per i pensionati delocalizzati

Pensionati delocalizzatiRappresenta uno dei temi economici di cui mi interesso maggiormente e su cui ho avuto modo di indagare tanto sul fronte fiscale quanto su quello economico in più paesi: sto parlando della delocalizzazione della vecchiaia. Ho vissuto, lavorato e studiato in paesi che ne hanno fatto un proprio vanto nazionale, mi riferisco ad esempio a Malta, Cipro, Spagna e Portogallo che oggi rappresentano le principali destinazioni per delocalizzare non solo la propria attività, ma soprattutto la parte finale della propria vita almeno per noi cittadini europei.

Sono già stati scritti numerosi approfondimenti a riguardo negli anni passati, tuttavia desidero soffermarmi ulteriormente su questo tema visto quanto inizia ad aleggiare in Italia in riferimento all’aspetto finanziario ed economico di questo fenomeno che ovviamente impatta sull’intero comparto pensionistico italiano.

Andiamo per gradi. Si stimano oltre 473.000 pensionati italiani che vivono fuori dei nostri confini, i quali sono beneficiari di pensioni per oltre 1.2 miliardi di euro.

Dal 2011 al 2014 si sono trasferiti all’estero (pertanto a fronte di richiesta di espatrio) più di 16.000 nostri connazionali in pensione, nel 2015 ne abbiamo avuti oltre 5.000 e per il 2016 si stima una cifra record.

Inutile nascondersi siamo davanti ad un esodo, non di proporzioni bibliche tuttavia di portata rilevante, soprattutto per le ricadute che questo genera sull’economia nazionale. La motivazione principale che induce a intraprendere questa scelta soprattutto in questi ultimi cinque anni è di natura tanto fiscale quanto finanziaria.

Possiamo suddividere in tal senso questo fenomeno in tre cluster comportamentali:

il primo, quello meno contestabile sul piano politico ossia il desiderio di passare il resto della propria vita in una località esotica, pertanto molto differente dall’environment ambientale che può offrire l’Italia, questo reso possibile grazie ad una consistenza patrimoniale di rilievo ed una rendita pensionistica abbondantemente sopra la media italiana (oltre i 2.500 euro netti mensili).

Il secondo cluster individua invece soprattutto coppie di pensionati con un tenore di reddito di media entità (di poco sopra la soglia dei mille euro) che decidono di trasferirsi in un paese che consente loro di avere capacità di risparmio necessario per fornire sostegno finanziario ad altri familiari che rimangono in Italia: ad esempio due genitori pensionati che con il cumulo delle pensioni possono permettersi di risparmiare magari 500/700 euro al mese da rimettersi ai figli disoccupati o precari che rimangono in Italia (fenomeno in continua ascesa). Sostanzialmente i genitori in pensione si spostano a vivere in un territorio che ha una fiscalità meno opprimente ed un costo della vita più contenuto consentendo in questo modo di generare un accantonamento mensile ricavato dalla rendita pensionistica percepita alla quale vanno sottratte le spese per il proprio sostentamento.

Infine il terzo cluster, quello più preoccupante, che identifica i nuovi poveri italiani ossia pensionati con rendite di molto inferiori alla soglia psicologica dei mille euro.

Stiamo parlando pertanto di persone che fuggono dall’Italia per ragioni di pura sopravvivenza economica, provando a vivere con grandi sacrifici in località piuttosto accoglienti (per ora) sul fronte fiscale: questo consente di far fronte anche alle spese improvvise tipiche che ricorrono durante la vita di un pensionato come accertamenti e visite mediche di contingenza.

In taluni casi non si tratta solo di potersi permettere tali spese sul versante economico, ma anche di poter fruire in tempi ragionevoli dell’assistenza medica specialistica. Per chi appartiene a questo cluster la delocalizzazione all’estero permette la mera sopravvivenza economica, non stiamo pertanto parlando di nostri connazionali che se ne vanno a gozzovigliare all’estero.

Un pensionato italiano che decide di trasferirsi all’estero rappresenta una perdita per l’economia nazionale, in quanto la sua pensione viene spesa in un paese concorrente che ne andrà invece a beneficiare, questo vale anche per il secondo cluster sopra menzionato, ovviamente per la parte che non viene rimessa in Italia. In un momento di crisi epocale con un’Italia priva di spinta ed abbrivio economico, imballata politicamente su se stessa da almeno tre anni, caratterizzata da un lento declino industriale ed un progressivo impoverimento sociale, la perdita di redditi certi all’interno della popolazione rappresenta un fenomeno da limitare il più possibile, eventualmente anche mediante l’introduzione ad hoc di misure atte a contrastare mediante disincentivazione la migrazione di queste pensioni che ci si auspicherebbe venissero spese invece proprio in Italia.

Recentemente abbiamo avuto esternazioni da parte del presidente dell’INPS in tal senso, cominciando ad ipotizzare proprio il ricalcolo della pensione dal monte contributivi effettivo e non da quello figurativo. Si tratta solo di tempo, molto presto si verificheranno interventi in tal senso. Chi in questo momento sta pensando all’incostituzionalità di tali manovre, dovrebbe aver capito che in Italia la Costituzione serve solo a proteggere solo determinati gangli del paese che devono continuare a rimanere intoccabili (evito di indicare esplicitamente qualcuno).

Un’altra ipotesi potrebbe essere rappresentata dalla rinegoziazione delle convenzioni internazionali che garantiscono l’assistenza sanitaria di base in paesi che non fanno parte dell’Unione Europea come la Tunisia in modo da scoraggiare la scelta di tali nazioni oppure limitazioni in tal senso della fruibilità nell’assistenza medica.

Chi è oggi in pensione o chi lo sarà nel breve deve mettersi in testa che saranno proprie le pensioni assieme a tutta la spesa per il welfare ad essere oggetto di profonda rivisitazione (per volontà interna od esterna) sia nella quantità che qualità della fruizione in quanto questi due capitoli di spesa rappresentano una parte consistente del bilancio dello stato e le uniche dalle quali possono essere drenate risorse significative (oltre un centinaio di miliardi) da utilizzare per crescita e sviluppo ossia defiscalizzazioni e abbattimento della pressione fiscale. Prima inizierete a compre

dere che la vostra vecchiaia e pensione sono due temi che dipendono solo ed esclusivamente da voi, prima potrete iniziare a pianificare meglio il vostro ritiro dal mondo del lavoro. Chi invece continua a pensare e a pretendere che la propria pensione sia un problema dello stato o del governo di turno, allora farà la fine di quel pensionato greco che abbiamo visto piangere per la disperazione fuori da una filiale di banca durante la crisi finanziaria della scorsa estate.

Autore: Eugenio Benetazzo         http://www.ecplanet.com

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Pensioni in Italia: futuro preoccupante per i conti Inps

 

Pensioni INPSLa Stampa ha analizzato le proiezioni di diversi esperti, incrociando previsioni demografiche e studi sulla spesa previdenziale. In un’Italia sempre più vecchia un milione di neo pensionati metteranno in pericolo i conti Inps

Nel 2030 il sistema pensionistico italiano potrebbe implodere. È uno scenario realistico, secondo le proiezioni che La Stampa ha analizzato assieme a diversi esperti, incrociando previsioni demografiche e studi sulla spesa previdenziale.

Il 2030 non è una data a caso: è l’anno in cui andranno in pensione i figli del baby boom, cioè i nati nel meraviglioso biennio 1964-65, quando l’Italia nel pieno miracolo economico partorì oltre un milione di bambini. Quei bambini, al compimento dei 66-67 anni, busseranno alla porta dell’Inps. Un picco di richieste che si tradurrà in uno choc, soprattutto se la crescita economica rimarrà modesta. Il periodo più critico arriva fino al 2035. Poi, se le casse dell’Inps reggeranno, anno dopo anno la situazione dovrebbe migliorare per stabilizzarsi tra il 2048 e il 2060.

IL GIALLO DEI NUMERI

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, fa professione di ottimismo e snocciola diagrammi che non vedono schizzare all’insù la spesa pensionistica in rapporto al Pil. Una risalita ci sarà, dopo anni di curva verso il basso, esattamente attorno al 2030. All’Inps, infatti, ammettono che «qualche problema potrebbe esserci fino al 2032, quando il sistema sarà tutto contributivo». Una fotografia che alimenta l’ansia se si pensa che è tra pochi anni e che stiamo ragionando in un sistema che è stato già stravolto dalla tanto detestata legge Fornero del 2011. Adesso che di pensioni si è tornato a parlare quotidianamente, con varie ipotesi di modifica per alleggerire la Fornero, c’è chi alza gli scudi e anzi dice che quella legge potrebbe non bastare.

Raffaele Marmo, collaboratore di Maurizio Sacconi e della stessa Fornero al ministero del Welfare, poi inventore della start up Miowelfare.it, racconta l’urgenza in cui maturò quella riforma e avverte: «Con la disoccupazione che abbiamo e la mancata crescita economica, in un’Italia sempre più anziana, l’Inps rischia di saltare entro 15 anni». Marmo è poco convinto anche delle previsioni di Boeri che sono alla base della Busta arancione, il prospetto che consente ai lavoratori di calcolare la pensione futura: «L’Inps presuppone il canonico 1,5% di crescita del Pil, ma chi l’ha detto che sarà così?». Nel 2015 l’Italia è rimasta inchiodata allo 0,8%, le recenti stime sul 2016 sono all’1,2% e il 2030, in un certo senso, è dopodomani. Servirebbe un nuovo miracolo.

IL PROBLEMA DEMOGRAFICO

Gian Carlo Blangiardo è ordinario di Demografia all’Università Bicocca di Milano. Ha appena rielaborato i dati Istat in uno scenario che svela un processo di invecchiamento inarrestabile con tutte le conseguenze che questo comporta sulla spesa previdenziale e le inevitabili ricadute sulle nuove generazioni. «Il rapporto tra la popolazione attiva (20-65 anni) e i pensionati si raddoppierà nel giro di una generazione. La percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37% di oggi al 65% nel 2040 (da 1 su 3 a 2 su 3)».

Questo significa: il doppio del carico previdenziale. A parità di condizioni, in pratica, servirebbe raddoppiare la produttività. I 16 milioni di pensionati di oggi aumenteranno fino a 20 milioni, in meno di 25 anni. «Tra i nuovi pensionati e chi muore, cioè tra chi entra e chi esce dal sistema previdenziale, c’è uno sbilancio che oggi è nell’ordine delle 150 mila unità. Nel 2030 salirà a 300 mila e resterà tale fino a circa il 2038». Poi comincerà a scendere il numero dei nuovi pensionati e ad aumentare quello dei morti. Magicamente, attorno al 2048, i due gruppi si equivarranno, finché, da lì a poco, non avverrà il sorpasso. La spiegazione è semplice. Dopo gli anni del boom demografico del 1964-65, l’Italia ha fatto sempre meno figli e nel 2015 ha toccato il nuovo minimo storico dall’Unità: 488 mila nati. Sono i pensionati del futuro, la metà di quelli che ci andranno tra 14 anni.

Il problema della sostenibilità delle pensioni si potrebbe risolvere demograficamente: «Sì – spiega Blangiardo – sempre che prima del 2050 l’Inps non scoppi». Una catastrofe nella quale l’Italia sarebbe già sprofondata se, come dice la Corte dei Conti, non ci fossero state le riforme dal 2007 al 2011: la spesa per le pensioni sarebbe stata superiore di ben 2 punti di Pil, cioè 30 miliardi di euro l’anno per altri 15 anni.

Le statistiche però devono anche fare i conti con la vita quotidiana e le sempre minori certezze di chi in pensione andrà nel 2030, come Sergio Bucciarelli, baby boomer, oggi 51enne, impiegato a Fabriano in una ditta di cappe aspiranti. «Lavoro ininterrottamente dal marzo 1989 e guadagno 2 mila euro al mese – racconta -. La mia pensione sarà il 60% dello stipendio quindi da vecchio stringerò la cinghia. Non potrò aiutare i miei figli e se avrò problemi di salute non potrò curarmi al meglio». Già oggi, secondo l’Inps il 63% degli assegni è fermo sotto i 750 euro al mese.

Sui numeri complessivi del sistema, che è ancora misto (retributivo e contributivo), e sulla sua tenuta ci sono letture divergenti. Chi, come gli artigiani di Mestre (Cgia) dice che nonostante gli sforzi la spesa pensionistica è sfuggita alla spending review ed è salita solo nell’ultimo anno di 3,1 miliardi. E chi propone invece di allentare le rigidità della Fornero attraverso varie ricette. Per esempio, la flessibilità in uscita: è il cuore di due proposte, una di Boeri, l’altra del presidente della commissione Lavoro alla Camera, Cesare Damiano, Pd, ex ministro autore della riforma del 2007. La prima prevede fino al 9% di decurtazione e un’uscita dal lavoro dai 63 anni e 7 mesi in poi con disincentivi. Applicandosi solo alla quota retributiva, se quest’ultima scende la penalizzazione è minore (4,5%). Per le coperture, Boeri ha pensato a un contributo di solidarietà sulle pensioni più alte. Damiano, invece, propone di uscire anche un anno prima (62 anni e 7 mesi) con un taglio del 2% l’anno fino a un massimo dell’8%.

Entrambe le soluzioni si basano sul presupposto che i costi a breve saranno compensati dai risparmi futuri. Ma nessuna delle due convince Giuliano Cazzola, economista, tra i massimi esperti di previdenza, strenuo difensore della Fornero: «Ci vorrebbero 50 anni per ammortizzare queste operazioni. Non peggiorerei le cose e comincerei a pensare ai giovani e agli occupati, che sono la classe contributiva, purtroppo ancora debole, del futuro».

Il conflitto tra generazioni è già in corso. Se n’è accorto Ivan Pedretti, segretario generale dei 3 milioni di pensionati della Spi-Cgil che di fronte all’inevitabilità della Fornero è convinto che la soluzione non sia la sua totale abrogazione, ma correttivi precisi. Come sui lavori usuranti e ancor di più sui requisiti anagrafici agganciati alla speranza di vita: «Se il contributivo nasce con la logica del “prendo quanto verso”, non spetta allo Stato decidere quando mandare in pensione il lavoratore. Permettete che lo decida lui?». In effetti è un paradosso. Però Pedretti fa anche mea culpa: «Anche noi abbiamo permesso una transizione troppo lungo dal retributivo al contributivo». Il tabù Fornero deve essere affrontato senza ideologismi. Anche secondo Cazzola è necessaria una rivalutazione dei requisiti anagrafici legati all’aspettativa di vita. «Altrimenti, si arriverà a 45 anni di contributi». L’Italia è già in cima alla classifica Ue delle soglie stabilite per la pensione, però è di ben 5 anni sotto la media europea per la permanenza sul mercato del lavoro (10 in meno rispetto all’Olanda). Un divario che per le donne è inequivocabile: la durata media è sotto i 25,5 anni.

Il Paese sconta una storia nota, di privilegi e pensioni usate come arma politica, che ancora pesa sui conti e trasferisce sui più giovani un carico insopportabile. «Sì, ma bisogna stare attenti – continua Cazzola – siamo l’unico Paese che usa il sistema pensionistico per fare politiche occupazionali». Il riferimento è a uno studio di Boeri presentato alla Bocconi a gennaio che lega la riduzione delle assunzioni al forte aumento dell’età pensionabile imposto dalla Fornero. «Se la quota di posti bloccati è al 5% – sostiene Boeri – il tasso di assunzioni scende al 6%». E così via. In una situazione di crisi economica, la convinzione del presidente dell’Inps è che il turnover potrà far crescere occupazione e produttività.

FISCO E IMMIGRATI

Una delle proposte alternative che si sta facendo largo ribalta l’impostazione sulle pensioni. Da un sistema previdenziale a uno più assistenziale finanziato in parte dalla fiscalità generale. In commissione Lavoro alla Camera giace una proposta di legge a firma Marialuisa Gnecchi (Pd) che prevede una pensione di base di 442 euro, a cui si aggiunge quella maturata dal lavoratore con il contributivo. Sarebbe un salto culturale verso un sistema che tiene conto del mercato del lavoro di oggi e di domani. È uno sforzo che chiedono anche i fiscalisti italiani. Tra loro, Raffaello Lupi, docente di diritto Tributario: «Bisogna inventarsi un nuovo welfare. La gestione della terza età si deve trasformare in una delle tante funzioni pubbliche, come sanità e istruzione».

Gli over 95 passeranno dai 150 mila di oggi a quasi 1,3 milioni del 2063. Alla flessibilità in uscita vanno affiancate formule di pensionamento attivo. Il demografo Blangiardo ha calcolato che se fossero valorizzate le persone tra i 65 e i 75 anni, con un attività light capace di essere monetizzata in 5 mila euro l’anno di media, avremmo tra il 2016 e il 2020 33 miliardi di euro in più ogni anno, tra il 2021 e il 2040, 40 miliardi. C’è chi guarda con speranza anche a chi arriva da fuori. È il fattore immigrazione che spacca l’opinione pubblica e anche gli studiosi. È un’ancora di salvezza o un’ulteriore zavorra? Blangiardo lo chiama «invecchiamento importato» convinto che i giovani immigrati diano solo una boccata di ossigeno ai conti dell’Inps con i loro contributi, ma che non siano una soluzione definitiva al calo della popolazione attiva, «perché anche loro invecchieranno e riceveranno in cambio la pensione».

Boeri invece sostiene che il loro aiuto sia determinante. In futuro, quando varrà solo il sistema contributivo, il riequilibrio coinvolgerà anche gli stranieri che prenderanno quanto versato. Intanto, l’Inps calcola che il 21% degli immigrati già in pensione secondo le regole italiane, e che in gran parte tornato nei Paesi d’origine, non ha ricevuto gli assegni previdenziali. Un tesoretto di contributi lasciati all’Italia di 16 miliardi di euro. In vista del 2030, non si butta via nulla.

Autori: giacomo galeazzi & ilario lombardo / Fonte: lastampa.it – wwwecplanet.com

Nasce D.I.C.I.E. DIPARTIMENTO ITALIANO CONTROLLO ILLECITI EQUITALIA

 

EquitaliaL’argomento Equitalia è molto delicato, molti non sanno tutte le reali possibilità di difesa, meglio sempre chiedere la consulenza di professionisti seri, dimezzare i conti spesso fantasiosi di Equitalia è possibile.

Abbiamo chiesto a D.I.C.I.E (DIPARTIMENTO ITALIANO CONTROLLO ILLECITI EQUITALIA) di parlaci dell’argomento. Una delle peggiori situazioni che, in questo periodo di crisi, vive il contribuente non è altro che la notifica di una cartella esattoriale da parte del ben noto e temuto agente della riscossione Equitalia.

Ormai da tempo, “l’attività di riscossione” viene gestita dall’Agenzia delle Entrate per il tramite di Equitalia S.p.a..

Le cartelle di pagamento vengono emesse per la riscossione coattiva di tributi, come ad esempio sanzioni per violazioni del Codice della Strada, contributi previdenziali INPS o INAIL, tasse o tributi statali o comunali ecc…

In realtà non bisogna farsi prendere dal panico ma reagire, ponendo l’attenzione su alcuni punti da tenere a mente e verificare, che possono far tirare un sospiro di sollievo. Occorre sapere, infatti, che la cartella di pagamento può essere affetta da vizi di merito e vizi formali.

I primi incidono sulla debenza effettiva della tassa o della sanzione così come riportata. Ad esempio l’importo potrebbe essere già stato versato per l’intero o anche in parte, e quindi non essere dovuto o essere ridotto.

Le possibilità sono:

  • Ricorso con sospensione e/o annullamento del debito
  • Stop a cartelle infondate
  • Annullamento di vecchi debiti
  • Sospensione e annullamento del Fermo Amministrativo della tua auto
  • Sospensione e annullamento dell’Iscrizione Ipotecaria dei tuoi immobili
  • Difesa contro Pignoramenti verso terzi e su stipendi e pensioni e conti correnti
  • Estratto conto Equitalia con relativi estratti di ruolo
  • Istanze di autotutela
  • Consulenze

 

Per informazioni:

equistop.it

facebook.com/equitaliastop

Telefono +39 (0422) 456003 – Mobil: +39 (349) 9480562
E-mail: equitalia@deciba.it

Fonte: movimentorevolution.it  – ecplanet.com