È attendibile il rapporto Oxfam sui ricconi nel mondo?

PovertàOgni anno la notizia che pochi miliardari abbiano la stessa ricchezza di 3,75 miliardi di individui finisce sulle prime pagine dei giornali. Un esercizio per capire quanto distorte siano le affermazioni della ong britannica

Si dice che i numeri sono un po’ come gli uomini, se li torturi abbastanza a lungo, alla fine, confessano ogni cosa. Se poi siamo di fronte a dati di per sé un po’ bugiardi, con il minimo sforzo si può tirare fuori, come fa Oxfam, un rapporto che dice: “Otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. È la natura stessa delle nostre economie ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi”.

Ogni anno la notizia che pochi miliardari abbiano la stessa ricchezza di 3,75 miliardi di individui finisce sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. E ogni anno bisogna spiegare – lo ha fatto ieri sul Foglio Carlo Stagnaro – che questo studio sulla disuguaglianza ha grossi limiti: i dati usati da Oxfam misurano la “ricchezza netta”, ovvero attivi meno debiti. Ciò vuol dire che tra i più poveri del mondo ci sono tutti quelli che hanno più debiti, ma avere debiti non significa di per sé essere poveri. Altrimenti bisognerebbe considerare un contadino o un bambino africano che non hanno di che mangiare più ricchi di uno studente di Harvard o finanziere indebitati.

Ma le discussioni sulla metodologia vengono puntualmente ignorate, perché molto più noiose e infinitamente meno potenti della post-verità al centro del messaggio di Oxfam: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

A questo punto, per capire quanto distorte siano le affermazioni della ong britannica, si può provare a imbastire una post-verità di segno opposto sulla base degli stessi dati usati da Oxfam: il Global wealth databook di Credit Suisse(1) (che misura la distribuzione globale della ricchezza) e la classifica di Forbes sui più ricchi del mondo(2). Proviamoci.

Nel mondo i miliardari sono sempre di meno e sono sempre più poveri, ce ne sono 16 in meno rispetto all’anno scorso e il loro patrimonio complessivo si è ridotto di 570 miliardi di dollari in un solo anno: è la prima volta dal 2010 che la ricchezza media dei più ricchi del mondo scende, adesso è di 3,6 miliardi (300 milioni in meno in un anno). Bill Gates è più povero di 4,2 miliardi, Warren Buffett di 12 miliardi e Carlos Slim addirittura di 27 miliardi. Gli otto uomini più ricchi del pianeta hanno bruciato in un anno quasi 50 miliardi di dollari, circa il 10 per cento del loro patrimonio totale, e adesso posseggono 426 miliardi di dollari pari ad appena lo 0,16 per cento della ricchezza globale. Ma, a differenza di quanto sostengono le ong che alimentano l’invidia sociale, l’impoverimento dei più ricchi non ha migliorato le condizioni dei più poveri.

Anzi. I ricchi sono più poveri e i poveri sono sempre più poveri. Quest’anno, parallelamente alla perdita di ricchezza dei super-miliardari, si è ridotta notevolmente la ricchezza del 50 per cento più povero della popolazione mondiale: se lo scorso anno la metà più povera del mondo possedeva lo 0,7 per cento della ricchezza globale, quest’anno la quota si è ridotta allo 0,2 per cento.

In pratica la redistribuzione della ricchezza non funziona. E la prova più evidente è rappresentata dai dati drammatici della Danimarca, il paese considerato come simbolo della socialdemocrazia e del welfare state. Con un indice di Gini che misura la disuguaglianza della ricchezza pari all’89.3 per cento, la Danimarca è il paese più diseguale al mondo: il top 10 per cento possiede il 73,7 per cento della ricchezza del paese, mentre il 40 per cento più povero della popolazione ha ricchezza negativa o nulla. Nella socialdemocratica Danimarca il 42,8 per cento della popolazione possiede meno di 10 mila dollari (meno di un’auto usata).

Numeri diversi nel Regno Unito, dove l’effetto egualitario delle riforme neoliberiste di Margaret Thatcher è evidente: 16 punti in meno di disuguaglianza e la metà di famiglie possiedono meno di 10 mila dollari. Ma comunque non è abbastanza, anche in Inghilterra ci sono differenze insostenibili. Per una ong che ha come obiettivo la riduzione delle disparità, il modello non può essere né la socialdemocratica Danimarca né il neoliberista Regno Unito. Il punto di riferimento deve essere il paese che in Europa ha il livello di disuguaglianza più basso: la Bielorussia di Aleksandr Lukashenko (Gini al 62 per cento). C’è il problema che il 99 per cento della popolazione ha meno di 10 mila dollari, ma l’uguaglianza prima di tutto.

Riferimenti:

(1) Global wealth databook di Credit Suisse

(2) La classifica di Forbes sui più ricchi del mondo

Autore: Luciano Capone / Foto di WerbeFabrik / Fonte: ilfoglio.it

http://www.ecplanet.com

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In Italia 4 milioni di cittadini senza aiuti

Povertà in ItaliaBambini affamati fra i banchi di scuola, dal dopoguerra non se ne vedevano più così tanti.

Ma il fenomeno, vergognoso, è più complesso e grava su milioni di persone, chiamando in causa politica e burocrazia che non riescono a sbloccare centinaia di milioni di euro che Bruxelles deve all’Italia.

E’ vera e propria emergenza alimentare.

La fame in Italia nel 2014 è un’epidemia non vista, ma non invisibile. È una piaga evitabile, ma non evitata: a Roma, a Bruxelles e a Berlino ha radici e omissioni che vanno aldilà del disastro dell’economia italiana.

L’aumento dei bisognosi è certificato dai numeri contenuti nella richiesta di aiuti che il governo ha spedito a Bruxelles questo mese, da quelli forniti dall’Istat, dall’Agea, l’agenzia del governo per l’aiuto alimentare, dal Banco alimentare, quest’anno falcidiato dall’Europa.

Dal 1987 l’aiuto alimentare nell’Unione europea era assicurato dalla Politica agricola comune. Bruxelles comprava le eccedenze, o sussidiava una produzione supplementare, e distribuiva gratis le derrate ai ministeri dell’Agricoltura, i quali a loro volta le passavano alle associazioni caritative.

Questo sistema si è interrotto per una sentenza della Corte di giustizia europea nel 2011 prodotta da un ricorso contro gli aiuti presentato dalla Germania e sostenuto da Svezia, Austria, Olanda, Gran Bretagna, Danimarca, Repubblica Ceca.

Questi governi hanno sostenuto che l’aiuto alimentare agli indigenti non spetta all’Europa ma ai singoli governi e agli enti locali.

È qui che gli intoppi della politica e della burocrazia in Italia hanno prodotto un passaggio a vuoto in cui, quasi certamente, quest’anno milioni di persone (4 si stima) si sono viste ridurre i pacchi alimentari o le porzioni alle mense di carità.

La possibilità di mangiare, per milioni di poveri, si è bruscamente interrotta.

Fonte: articolotre.com  ecplanet.com

La Cina supera gli Usa. Il pericolo di guerra si concretizza

Barack Obama CinaMentre la francese Alstom sta per cedere alla General Electric il settore energia e la crisi ucraina si approfondisce, l’ambasciata statunitense a Roma invia una comunicazione ufficiale al governo italiano invitandolo a rispettare l’impegno a comprare tutti i 90 aerei F-35, come da accordi sottoscritti a suo tempo, perché «ulteriori riduzioni sul programma potrebbero incidere sugli investimenti e, dunque, sui benefici».

Con tanti saluti all’ipotesi renziana di “risparmiare” i conti pubblici sotto stress, in vista del Fiscal Compact.

Non solo: gli Stati Uniti, ricorda Claudio Conti, hanno riannodato i rapporti con le Filippine per aprire basi militari in esplicita funzione anti-cinese, mentre tentano di riprendere possesso dell’America Latina foraggiando le opposizioni in Venezuela, Bolivia, Ecuador.

Gli Usa sono nervosi: stanno per perdere la loro secolare leadership economica mondiale in favore della Cina, e stanno col dito sul grilletto. In caso di guerra, una sola certezza: non ci saranno vincitori.

Secondo l’ultimo studio della Banca Mondiale, citato dal “Financial Times”, gli Stati Uniti stanno per consegnare alla Cina lo scettro di prima economia al mondo: «Il sorpasso avverrà molto prima del previsto 2019, forse già quest’anno», scrive Conti su “Contropiano”. Gli Usa detengono il primo posto dal 1872, quando avevano superato la Gran Bretagna. E saranno presto incalzati anche dall’India, che sta per prendersi il terzo posto. «È la temuta crisi dell’egemonia statunitense, affermatasi pienamente con la Seconda Guerra Mondiale ma lungamente preparata nei decenni precedenti».

Storia: «Non si è mai vista una potenza imperiale dominare sul mondo senza essere anche la prima economia del pianeta». Ma il “lungo addio” della Gran Bretagna all’egemonia globale è potuto maturare «solo grazie a un mondo assai più lento di oggi e allo “speciale rapporto” con l’ex colonia che stava diventando una superpotenza».

Oggi, continua Conti, l’economia finanziaria viaggia in tempo reale: la competizione, a questo livello, si gioca sui centesimi di secondo. «E anche le forze militari sono mobilitabili in tempi infinitamente più rapidi». Peccato però che gli approvvigionamenti energetici stiano diventando sempre più problematici, tra risorse storiche in via di esaurimento e “risorse non convenzionali” appena sufficienti, per ora, a mantenere allo stesso livello i consumi planetari. «Gli Stati Uniti sanno meglio di tutti che il loro dominio sul mondo è a rischio, e hanno deciso di lottare per non farsi scalzare, nemmeno a favore di un “multipolarismo” in cui non potrebbero restare dei “primus inter pares”», perché non possono più sperare all’infinito di «affrontare i propri problemi stampando dollari e imponendo agli altri di accettarli in cambio di prodotti fisici».

Così, gli Stati Uniti di Obama «attaccano in Europa cogliendo i due punti deboli dell’emergente imperialismo dell’Unione Europea: forniture energetiche e dotazione militare», e inoltre «attaccano in Asia tentando di “contenere” militarmente l’esplosiva influenza economica cinese». È un azzardo, un’offensiva inedita su tutti i fronti, dall’Atlantico al Pacifico. «È una dinamica antica e ripetitiva», sostiene Conti: «Una coazione a ripetere, ma estremamente pericolosa», perché «la crisi economica non passa», e quindi «la guerra inter-imperialista si affaccia di nuovo come possibile soluzione». Peccato, chiosa l’editorialista di “Contropiano”, che tutte quelle testate nucleari in giro per il mondo garantiscano – da 70 anni – una sola certezza: la Terza Guerra Mondiale non conoscerebbe vincitori, ma solo vittime.

Fonte: libreidee.org www.ecplanet.com