Governo tedesco: a questo ritmo i profughi manderanno l’Europa in rovina

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Il segretario del partito socialdemocratico tedesco (Spd, che sostiene il governo Merkel, senza il quale Angela Merkel non ha la maggioranza), Sigmar Gabriel, ha messo in guardia da un fallimento dell’Unione Europea di fronte alla crisi dei rifugiati.

“O gli europei rinsaviscono, o l’Europa andrà alla rovina”, ha dichiarato ieri sera il vice-cancelliere all’emittente televisiva Zdf. Gabriel ha sottolineato come una delle più grandi conquiste del progetto europeo sia proprio l’apertura dei confini alla libera circolazione delle persone, una conquista messa in discussione dai flussi migratori da Africa e Medio Oriente e dalle sfide del terrorismo di matrice islamica.

Sino ad oggi – ha evidenziato Gabriel – lo sviluppo europeo si è alimentato proprio della sostanziale abolizione dei confini interni. “Con gli Stati più forti finanziamo lo sviluppo europeo”, ha dichiarato Gabriel, secondo cui però “tutto questo non funzionerà più se non ci atteniamo alle regole e se i profughi non vengono registrati nei paesi europei di primo approdo (come previsto dai regolamenti di Dublino, ndr)”.

“Posso solo sperare che i capi di Stato e di governo europei acquistino giudizio”, ha concluso l’esponente socialdemocratico.

E in piena emergenza immigrazione anche il ministro tedesco dello Sviluppo, Gerd Mueller, ha preso la parola chiedendo che non solo la Germania, ma l’Europa e il mondo intero impieghino tutte le risorse possibili per assistere i rifugiati nei paesi vicini alla Siria, anziché reagire passivamente al flusso di profughi in arrivo dai balcani.

“Non possiamo sospendere le leggi europee ancora a lungo. Far fronte a questi mastodontici flussi migratori è un compito dell’intera Europa. Al momento la Germania sta accogliendo i due terzi dei profughi siriani arrivati nella Ue: gran parte di questi rimane in Baviera. Abbiamo bisogno di solidarietà, in Germania così come in Europa”, ha dichiarato Mueller, il quale propone “un piano d’emergenza da 10 miliardi di euro con un amministratore per i profughi che gestisca gli aiuti negli Stati confinanti con la Siria”.

E mentre Mueller chiede di aiutare i profughi all’estero, la sua collega a capo del dicastero del Lavoro mette le mani avanti: se a causa dei flussi migratori peggioreranno i dati relativi alla disoccupazione in Germania, non sarà lei a risponderne. Con queste parole Andrea Nahles ha frenato gli entusiasmi di chi sino a questo momento ha giudicato scontata la garanzia di un impiego alle decine di migliaia di richiedenti asilo che varcano i confini tedeschi.

“Nemmeno uno su dieci può essere collocato direttamente”, ha messo in guardia Nahles, la quale si è detta tuttavia pronta ad avviare un’ampia operazione di formazione e istruzione. Secondo l’opinionista Heike Goebel sul quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, si tratterà di un processo, “lungo, difficile e dispendioso e – come ha insegnato la storia della riunificazione tedesca – non necessariamente votato al successo”.

E se dal governo si moltiplicano i segnali di nervosismo, in Baviera cresce l’insofferenza: Il Partito cristiano-sociale (Csu, consorella bavarese della Cdu) ha preso le distanze dall’intesa tra Unione di centro-destra e Spd sulla politica dell’immigrazione. Secondo il ministro delle Finanze bavarese, Markus Soeder, l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi in Germania sottopone il paese ad uno stress eccessivo.

L’ex ministro degli Interni Hans-Peter Friedrich ha messo in guardia: “Abbiamo perso il controllo”. I due esponenti della Csu hanno criticato con particolare durezza la decisione della cancelliera Angela Merlel di aprire le porte ai profughi dall’Ungheria. La cancelliera tedesca, però, continua dispensare ottimismo: “Attualmente la nostra situazione economica è buona, riusciremo a coprire i costi per l’accoglienza dei migranti”, ha dichiarato Merkel questa mattina ai media tedeschi. Ma il suo governo, la sua maggioranza, sono appesi a un filo molto sottile.

Fonte: ilnord.it  http://www.ecplanet.com

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In Italia ogni 2 ore fallisce una impresa

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Continua la valanga di fallimenti in Italia nei primi sei mesi dell’anno.

Le imprese che hanno portato i libri in Tribunale sono state 7.293, 808 casi in meno rispetto a giugno 2014, ma un numero comunque elevatissimo, se si pensa che nel 2000 furono 9.187 in un anno intero e nel più vicino 2007, 6.062.

Nel primo semestre del 2015 in media sono fallite 53 imprese ogni giorno (considerando le sole giornate lavorative), poco più di 2 imprese ogni ora.

Rispetto a giugno 2009 la percentuale dei fallimenti è in aumento del 58,8%, contro il +79% di un anno fa, giusto per notare che il Paese Italia sta soccombendo.

Dal 2009 ad oggi (tranne che nel 2012) il numero di fallimenti registrati nel secondo trimestre dell’anno è sempre stato in crescita.

Erano 2.391 nel 2009, 3.001 nel 2010, 3.411 nel 2011, 3.109 nel 2012, 3.727 nel 2013. Record negativo per il 2014, a quota 4.278. E poi i 3490 di luglio 2015, un numero devastante, superiore a quello di tutti gli ultimi anni tranne il 2014, che è stato il record assoluto.

Il 2014 si è chiuso con la cifra record di 15.605 fallimenti, appunto.

Dal 2009 a oggi si contano addirittura 82.500 mila imprese in Italia che hanno portato i libri in tribunale.

E’ la fotografia dell’analisi dei fallimenti in Italia, aggiornata al secondo trimestre 2015, realizzata da Cribis D&B, la società del Gruppo Crif specializzata nella business information.

La Lombardia si conferma la regione d’Italia in cui si registra il maggior numero di fallimenti, con 1.513 casi nei primi 6 mesi del 2015, un’incidenza del 20,7% sul totale Italia.

Dal 2009 ad oggi si contano 18.091 imprese lombarde fallite.

La seconda regione più colpita è il Lazio, con 906 imprese chiuse nel 2015 e un’incidenza sul totale Italia del 12,4%.

Segue la Campania con 666 casi e relativa incidenza del 9,1%.

Poi, in ordine, per completare le prime dieci posizioni troviamo il Veneto con 627 fallimenti, l’Emilia Romagna (528), la Toscana (517), il Piemonte (472), la Sicilia (399), la Puglia (360) e le Marche (220).

All’ultimo posto della classifica c’è la Val d’Aosta con solo 9 fallimenti, un totale di 85 fallimenti dal 2009, ma con una incidenza delle sue imprese di solo lo 0,1% sul complesso dell’Italia.

L’edilizia e il commercio sono i macrosettori più colpiti dalla crisi.

Nel settore edile si contano ben 1.838 imprese fallite in questi primi 6 mesi dell’anno.

Il comparto in maggiore sofferenza è quello della “costruzione di edifici”, in cui si registrano 865 fallimenti, a cui si aggiungono 583 “installatori” che hanno portato i libri in Tribunale.

Si segnalano anche i 390 casi della “locazione immobiliare”. Appare molto critica anche la situazione del commercio, che registra 1.049 fallimenti nelle vendite all’ingrosso e oltre 1.000 in quelle al dettaglio.

Nel commercio al dettaglio hanno chiuso 377 “ristoranti e bar”, 264 imprese di “abbigliamento e accessori”, 125 “alimentari”, 112 “negozi di arredamento e articoli per la casa”.

Ma il dato che li riepiloga tutti rimane questo: in Italia fallisce – portando i libri in tribunale – un’impresa ogni due ore. Micidiale.

Fonte: ilnord.it  www.ecplanet.com