La potenza di fuoco della lobby finanziaria

Lobby finanziariaUn esercito di 1.700 addetti, per un fatturato di oltre 120 milioni di euro l’anno.

«Non parliamo di una multinazionale, ma dell’esercito di lobbisti che affolla le istituzioni europee a Bruxelles e della quantità di denaro fornita ogni anno da banche e altre imprese del settore per sostenerne le attività». Sono alcuni dei dati riassunti nel rapporto pubblicato dal Ceo, Corporate Europe Observatory, e intitolato “la potenza di fuoco della lobby finanziaria”.

«Se è banale, se non ingenuo, pensare di sorprendersi di fronte alla notizia di un mondo finanziario che esercita una fortissima attività di lobby sulle istituzioni europee, ben diverso è vedere nero su bianco i dati e le cifre in gioco», scrive Andrea Baranes sul blog “Non con i miei soldi”.

Ogni regola, direttiva Ue o ricerca che passi da Parlamento, Commissione, Bce o qualsivoglia altra istituzione europea è soggetta a questa “potenza di fuoco”.

Con ogni probabilità, questa è «la lobby più potente del mondo», per dirla con il lituano Algirdas Semeta, fino al 2014 membro della Commissione Europa (fiscalità e unione doganale). Dunque non certo un complottista, proprio come quelle decine di europarlamentari di diversi partiti e schieramenti che già a giugno 2010 sottoscrissero un drammatico appello contro sulla super-lobby finanziaria.

«Possiamo vedere ogni giorno la pressione esercitata dall’industria bancaria e finanziaria per influenzare le leggi che li governano», è l’accusa. «Non c’è nulla di straordinario se queste imprese fanno conoscere il proprio punto di vista e hanno discussioni con i legislatori. Ma ci sembra che l’asimmetria tra il potere di questa attività di lobby e la mancanza di una esperienza opposta ponga un pericolo per la democrazia», dissero i parlamentari europei.

Questo “pericolo per la democrazia”, osserva Baranes, diventa purtroppo evidente scorrendo il rapporto del Ceo. «In sede europea il mondo finanziario supera la spesa in attività di lobby di ogni altro gruppo di interesse per un fattore di 30 a 1». Per fare un esempio tra i molti possibili, una recente discussione al Parlamento Europeo su una direttiva comunitaria riguardante gli “hedge fund” e le “private equity”, 900 emendamenti sui 1.700 totali sono stati redatti non da parlamentari ma da lobbisti del mondo finanziario. Al Parlamento Europeo, continua Baranes, sono attivi gruppi come l’Epfsf (European Parliamentary Financial Services Forum), che comprende membri del Parlamento e lobbisti finanziari per “promuovere un dialogo tra il Parlamento Europeo e l’industria dei servizi finanziari”.

«Questo “dialogo” – scrive Baranes – comprende ad esempio inviti ai parlamentari per “seminari educativi sul trading dei derivati”. Il forum è finanziato principalmente dai suoi 52 membri, tra i quali Jp Morgan, Goldman Sachs International, Deutsche Bank, Citigroup e altri». E’ possibile saperlo perché ad oggi è l’unico gruppo di rilievo in ambito finanziario a rivelare il nome dei propri membri. Il “Registro per la Trasparenza” delle attività di lobby, istituito in sede Ue nel 2008 per provare a fare chiarezza, è infatti unicamente volontario, lasciando a imprese e lobbisti la scelta di registrarsi o meno.

«Sta di fatto che un singolo parlamentare europeo rivela di avere ricevuto qualcosa come 142 inviti in due anni dal mondo finanziario per “eventi”, “seminari” o simili». Secondo il rapporto, dopo lo scoppio della crisi la lobby finanziaria ha partecipato ad almeno 1.900 incontri e consultazioni con la Commissione e le altre istituzioni europee. Un numero da mettere in relazione con il centinaio di incontri che coinvolgevano reti e organizzazioni della società civile e con gli 84 con il mondo sindacale.

«Analogamente – aggiunge Baranes – il dato (prudenziale) di 120 milioni di euro l’anno speso per le lobby finanziarie è da mettere a confronto con una disponibilità intorno ai 2 milioni per Ong, società civile e sindacati. Un rapporto di 60 a 1 che fa impallidire i pur evidenti squilibri presenti in altri settori.

Ad esempio per quanto riguarda l’agro-alimentare, la stima è di 50 milioni di euro dell’industria a fronte di 12 milioni per associazioni di consumatori, Ong e sindacati». Uno squilibrio «ancora più impressionante» quando si va a vedere la composizione dei “gruppi di esperti”, ovvero gli organi consultivi ufficialmente costituiti da Commissione, Bce o agenzie di supervisione finanziaria per ricevere consigli e pareri su aspetti e normative specifiche: «In molti casi la rappresentanza supera abbondantemente il limite della decenza, se non quello del ridicolo».

Nel “De Larosière Group on financial supervision in the European Union”, figurano ben 62 membri del mondo finanziario, e nessuno da società civile, sindacati o altri gruppi di interesse. «Sulla Mifid, direttiva fondamentale sul funzionamento dei mercati finanziari europei, 77 contro 5». La musica non cambia nel gruppo di esperti sui derivati: 86 provengono dal mondo finanziario, e nessuno da Ong, consumatori o sindacati.

Secondo il rapporto, in totale oltre il 70% dei consulenti e degli esperti nei gruppi della Commissione Europea ha legami diretti con il mondo finanziario, a fronte di uno 0,8% delle Ong e del 0,5% dei sindacati. «Se possibile va ancora peggio alla Bce, che ha promosso degli “Stakeholder Groups”». La parola stakeholder, precisa Baranes, viene solitamente tradotta in italiano con “portatore di interesse” e dovrebbe indicare chiunque ha appunto un qualche interesse in una determinata impresa o istituzione.

«Il gruppo presso la Bce prevedeva 95 membri provenienti dal settore finanziario, e 0 (zero!) tra organizzazioni della società civile, consumatori, sindacati. Veniamo così a scoprire che le politiche della Banca Centrale Europea non hanno evidentemente nessun interesse per cittadini e lavoratori europei».

I risultati? Ovvi: «Qualsiasi proposta di regolamentazione va avanti nel migliore dei casi con il freno a mano tirato, e le legislazioni in materia finanziaria vengono diluite fino a renderle spesso totalmente inefficaci». Sicché, il mondo finanziario in massima parte responsabile dell’attuale crisi «continua a lavorare indisturbato», mentre – al culmine del paradosso – sono Stati e cittadini che la stessa crisi l’hanno subita «a ritrovarsi con il cerino in mano e a dover accettare sacrifici e austerità».

Osserva sempre Baranes: «La burocrazia europea procede a ritmi impressionanti quando si tratta di imporre vincoli e controlli, se non una vera e propria ingerenza, sugli Stati sovrani, i loro conti economici e le loro politiche. Ma dall’altra parte la bozza di direttiva sulla tassa sulle transazioni finanziarie rimane impantanata tra infinite discussioni e veti incrociati». Altro capitolo cruciale: «La separazione tra banche commerciali e banche di investimento, che tutti gli studi riconoscono come un passo essenziale per evitare il ripetersi di disastri come quello degli ultimi anni, è ancora un vago progetto».

A settembre 2013 il commissario europeo Michel Barnier annunciava tranquillamente in un comunicato stampa: «Dobbiamo ora affrontare i rischi posti dal sistema bancario ombra». Mentre gli Stati sono sottoposti a un controllo strettissimo, «per il gigantesco sistema bancario ombra che si muove al di là di qualsiasi regola o controllo», a dieci anni dal fallimento della Lehman Brothers e dallo scoppio della crisi, «la Commissione, bontà sua, dichiara che è tempo di mostrare un qualche interesse».

Era il 2014, ma da allora non si è andati oltre le parole: nessuno osa rievocare il Glass-Steagall Act creato da Roosevelt per mettere l’economia al riparo dalla finanza speculativa: quella provvidenziale diga, che separava il credito ordinario dalle banche d’affari, fu abbattuta da Bill Clinton. E non un partito, in Europa, che oggi metta in agenda la questione: si preferisce restare al riparo di piccole polemiche, come quelle che investono la presunta omessa vigilanza di Bankitalia (Ignazio Visco), in realtà – come tutti sanno e fingono di non sapere – messo lì apposta, come i predecessori, per chiudere un occhio sul “grande gioco” deciso lontano da Roma.

«Se le istituzioni europee avessero dimostrato verso il gigantesco casinò finanziario che ci ha trascinato nella crisi solo una frazione dell’impegno messo per imporre sacrifici e austerità a chi ne ha pagato le conseguenze, probabilmente oggi i cittadini europei starebbero leggermente meglio», conclude Andrea Baranes, che cita il compianto sociologo Luciano Gallino. «Il paradosso – disse – è che la crisi, fino all’inizio del 2010, è stata una crisi delle banche. Poi è iniziata una straordinaria operazione di marketing: si è fatta passare l’idea che il problema fossero i debiti pubblici degli Stati».

Foto di WerbeFabrik / Fonte: libreidee.org      www.ecplanet.com

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Sprechi Ue: l’edificio del parlamento va rifatto. Preventivo 480 mln

Sprechi UeI parassiti di Bruxelles sono bravissimi a sprecare il denaro da loro estorto ai contribuenti Ue per progetti faraonici e quindi non deve sorprendere se adesso vogliono demolire il palazzo che ospita il parlamento europeo a Bruxelles per costruirne uno ancora più grande.

E sì, avete indovinato: molto ma molto costoso.

Il palazzo attuale, costruito 24 anni fa e costato quasi un miliardo di euro per tutti i lavori aggiuntivi fatti in questo periodo, non sarebbe abbastanza grande per ospitare tutti gli europarlamentari e il loro poderosi staff burocratici a cui vanno aggiunti i funzionari Ue a pieno regime – alcune migliaia, lievitati negli anni – e quindi serve un nuovo edificio e il costo totale della demolizione di quello attuale e la costruzione di uno nuovo ammonterebbe a 430 milioni di euro.

Ovviamente questi costi verranno pagati dagli stati membri e se questo progetto verrà approvato prima della brexit la Gran Bretagna dovrà versare 66,7 milioni di euro.

Tale edificio è solo una delle tre sedi del parlamento europeo: infatti una settimana al mese gli europarlamentari si incontrano a Stasburgo ed esiste anche un terzo edificio nel Lussemburgo che non viene usato dal 1981 ma che pesa sul bilancio comunitario.

Quest’ultimo edificio è stato oggetto di critiche perché nonostante l’enorme costo di costruzione e il suo mancato utilizzo non rispetta alcuni standard di sicurezza e polemiche sono nate nel 2012 per il fatto che una lesione è apparsa sul tetto e se questo non bastasse l’impianto del riscaldamento si rompe spesso causando diversi disagi.

A presentare il piano per la demolizione e la ricostruzione è stato il segretario generale Klaus Welle il quale ha escluso ogni iniziativa volta a ristrutturare l’edificio esistente giustificandola col fatto che sarebbe troppo complicato.

Come è facile immaginare questa notizia ha fatto infuriare gli euroscettici i quali non hanno perso occasione di usarla come esempio sul perché è importante che la Gran Bretagna esca dall’Unione Europea e l’europarlamentare dello UKIP Jonathan Arnott, che fa parte della commissione bilancio, polemicamente ha suggerito di demolire questo edificio e non ricostruirlo più.

Questa notizia è stata ampliamente riportata dalla stampa britannica ma censurata in Italia perché imbarazzante per il governo Gentiloni visto che anche i contribuenti italiani sono chiamati a contribuire per questa opera faraonica e inutile.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo riportato questa notizia perché vogliamo che qualcuno chieda spiegazioni al governo riguardo i costi di questo progetto.

Foto di WerbeFabrik / Autore: Giuseppe De Santis / Fonte: ilnord.it     www.ecplanet.com

Brexit: la vera perdente è la Ue

BrexitDi economisti contrari al pro Brexit ce ne sono in giro, è solo che non hanno avuto molto spazio sui media principali come tv e radio i quali per giorni e giorni hanno fatto una campagna propagandistica contro l’addio del Regno Unito all’Europa Unita.

È vero che dal punto di vista politico è un terremoto inaspettato di proporzioni inaudite, perché mai visto prima. Ma il vero sconfitto della partita non è Londra, bensì Bruxelles.

Dal punto di vista commerciale Londra potrà rinegoziare gli accordi commerciali con l’Europa e a farlo sarà un nuovo premier, visto che David Cameron si è appena dimesso in seguito alla sconfitta del fronte del Remain da lui sostenuto. A parte l’impatto negativo iniziale e il crollo della sterlina, l’economia britannica si rimetterà. Anche perché governi e banche centrali interverranno con il loro bazooka fiscali e monetari.

Insomma, tra un po’ di tempo, passata la tempesta, tutto tornerà come prima. Dopo lo choc politico iniziale, anche il governo ritroverà una certa stabilità.

Per ora è buio pesto e non è ben chiaro chi sarà a guidare Londra, visto che l’80% dei parlamentari era contrario alla Brexit.

Da parte loro i mercati, che odiano l’incertezza e agiscono d’impulso, subiranno giornate di altissima tensione. Non tanto per paura del futuro imprevedibile del Regno Unito, quanto più per timore che il programma di un’Europa sempre più unita e integrata e il piano stesso della moneta unica possa disintegrarsi. Lo stesso Mario Monti, tra i padri dell’euro, ha lanciato un avvertimento in questo senso. Il 24 giugno potrebbe essere ricordato come il giorno in cui il progetto dell’euro è stato compromesso per sempre.

e’ stato Perso il 17% del Pil, l’euro ha i piedi d’argilla

Probabilmente la ragione principale dietro alla vittoria del fronte dei No all’Europa è stata l’ondata migratoria unita agli insuccessi del progetto europeo, più che i fattori economici. La cosa sicura è che alla fine dei conti la vera sconfitta del voto è l’Unione Europea e non Londra. Con l’uscita del Regno Unito il blocco a 28 ha perso il 12% della popolazione e il 17% del Pil.

L’Ue si trova ora in un terreno sconosciuto e minato. Le autorità eurocrati e i falchi dell’integrazione si svegliano stamattina in pieno terremoto politico e dovranno affrontare un’altra crisi politico-socio-economica, persino di identità, con molti paesi che già hanno iniziato a chiedere un referendum simile a quello che è stato concesso al popolo britannico.

Dal punto di vista politico, la virata a destra dell’Est Europa e la virata a sinistra dei paesi del sud d’Europa è evidente e confutata dagli ultimi risultati politici. Adesso gli occhi saranno puntati sulle elezioni anticipate in Spagna. I populismi e il sentiment anti europeo è cresciuto negli ultimi anni anche per colpa dei fallimenti dell’Europa politica e la percezione di un progetto fondato su basi poco solide.

Per Londra il timore è di vedere capitali in fuga, la sterlina crollare sui minimi di 36 anni e soprattutto un periodo di incertezza che potrebbe anche durare cinque anni. A lungo termine Londra potrebbe uscirne anche rafforzata ma sul breve, l’impatto sarà negativo per via dell’instabilità dei mercati e dell’addio di alcune imprese.

Il voto è stato molto politico, connotato dalla paura dei cittadini britannici per l’immigrazione e per le proprie tasche.

Autore: Daniele Chicca / Fonte: wallstreetitalia.com  http://www.ecplanet.com