La guerra al terrorismo degli Usa è solo un orribile business

Guerra al terrorismo76 Paesi sono coinvolti nella guerra al terrorismo di Washington

Lasciò l’Air Force Two alle spalle e, senza preavviso, “avvolto nella segretezza“, volò su un aereo da trasporto C-17 senza contrassegni nella base aerea di Bagram, la più grande guarnigione statunitense in Afghanistan. Tutte le notizie della sua visita furono sottoposte ad embargo fino a un’ora prima della partenza.

Più di 16 anni dopo l’invasione per “liberare” l’Afghanistan, era lì a presentare ancora una volta buone notizie al crescente contingente di truppe statunitensi. Davanti a una bandiera degli USA di 13 metri, rivolto a 500 soldati, il vicepresidente Mike Pence li elogiava quale “maggiore forza del mondo per il bene“, si vantava degli attacchi aerei statunitensi “drammaticamente aumentati“, giurando che il loro Paese era “qui per rimanere” ed insistendo sul fatto che “la vittoria è più vicina che mai”.

Come notò un osservatore, tuttavia, la risposta del suo pubblico fu “sommessa“. (“Diversi soldati erano con le braccia incrociate o con le mani incrociate dietro la schiena e ascoltavano, ma senza applaudire“). Pensate a ciò come ultimo episodio di una fiaba geopolitica capovolta, una storia piuttosto cupa, alla Grimm, che potrebbe iniziare: c’era una volta, nell’ottobre 2001 per la precisione, quando Washington lanciò la sua guerra al terrore.

C’era allora un solo Paese preso di mira, quello in cui, poco più di un decennio prima, gli Stati Uniti avevano messo fine a una lunga guerra per procura contro l’Unione Sovietica durante la quale avevano finanziato, armato e appoggiato gruppi di estremisti fondamentalisti islamici, tra cui un giovane ricco saudita di nome Usama bin Ladin.

Nel 2001, sulla scia di quella guerra, che contribuì a far implodere l’Unione Sovietica, l’Afghanistan era in gran parte (ma non completamente) governato dai taliban. C’era anche Usama bin Ladin con una coorte relativamente modesta. All’inizio del 2002 fuggì in Pakistan, lasciando molti suoi camerati morti e la sua organizzazione, al-Qaida, in disordine. I taliban, sconfitti, supplicarono il permesso di cedere le armi e tornare nei loro villaggi, un processo abortito che Anand Gopal descrisse vividamente nel suo libro No Good Men Among the Living.

Sembrava tutto finito, ma si tifavano e, naturalmente, si pianificavano exploit maggiori in tutta la regione. I massimi funzionari nell’amministrazione del presidente George W. Bush e del vicepresidente Dick Cheney erano dei sognatori geopolitici di prim’ordine che non avrebbero potuto avere idee più espansive su come estendere tale successo, come indicò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld pochi giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, su gruppi terroristici o ribelli in più di 60 Paesi. Era un punto che il presidente Bush avrebbe rilanciato nove mesi dopo con un discorso trionfalista a West Point.

In quel momento, la lotta che avevano rapidamente, anche se immodestamente, soprannominata guerra globale al terrore, era ancora affare di un solo Paese. Tuttavia, erano già completati i preparativi per estenderla nei modi più radicali e devastanti di quanto si sarebbe mai immaginato con l’invasione e l’occupazione dell’Iraq di Sadam Husayn e il dominio delle terre petrolifere del pianeta che sicuramente sarebbe seguito. (In un commento che colse il momento, Newsweek citò un ufficiale inglese “vicino alla squadra di Bush”: “Tutti vogliono andare a Baghdad, i veri uomini vogliono andare a Teheran“). Così tanti anni dopo, forse, non sorprenderà, perché probabilmente non avrebbe sorpreso le centinaia di migliaia di manifestanti che si presentarono nelle strade delle città statunitensi all’inizio del 2003 per opporsi all’invasione dell’Iraq, che sia una di quelle storie a cui si applica il detto “stai attento a ciò che desideri”.

Vedere la guerra

Ed è una storia che non è ancora finita. Non a breve. Da quando iniziò all’era Trump, la guerra più lunga della storia statunitense, quella in Afghanistan, continua ancora. Le truppe USA aumentano; gli attacchi aerei aumentano; i taliban controllano parti significative del Paese; il gruppo terroristico dello Stato islamico si diffonde sempre più con successo nelle regioni orientali e, secondo l’ultimo rapporto del Pentagono, “ci sono più di 20 gruppi terroristici o ribelli in Afghanistan e Pakistan”.

Pensate: 20 gruppi. In altre parole, tanti anni dopo, la guerra al terrore va vista come un’esercitazione continua nelle tabelline per la moltiplicazione, e non solo in Afghanistan. Più di un decennio e mezzo dopo che un presidente statunitense indicò 60 e più Paesi come possibili obiettivi, grazie al lavoro inestimabile di un singolo gruppo dedicato, il progetto Costs of War dell’Istituto per gli affari internazionali e pubblici Watson della Brown University, finalmente si ha un quadro della reale portata della guerra al terrore, e aver dovuto aspettare così tanto dovrebbe dirci qualcosa sulla natura di tale era di guerra permanente.

The Costs of War Project ha prodotto non solo una mappa della guerra al terrore 2015-2017, ma la prima mappa del genere di sempre. Da una visione sbalorditiva delle guerre antiterrorismo di Washington in tutto il mondo: loro diffusione, schieramento di forze statunitensi, missioni in espansione per addestrare forze controterrorismo straniere, basi statunitensi che le rendono possibili, attacchi droni e altri aerei essenziali per essi e le truppe statunitensi che li aiutano a combatterle. (I gruppi terroristici, naturalmente, sono cambiati e si sono ampliati in modo vertiginoso nell’ambito dello stesso processo).

Uno sguardo alla mappa dice che la guerra al terrore(1), un insieme sempre più complesso di conflitti intrecciati, è ora un fenomeno straordinariamente globale. Si estende dalle Filippine (con un proprio gruppo SIIL che ha appena combattuto una campagna durata quasi cinque mesi che ha devastato Marawi, una città di 300000 abitanti) passando da Asia meridionale, Asia centrale, Medio Oriente, Nord Africa e nell’Africa occidentale dove, solo di recente, quattro berretti verdi sono morti in un’imboscata in Niger.

Non meno sorprendente è il numero di Paesi che la guerra al terrore di Washington ha toccato in qualche modo. Una volta, ovviamente, ce n’era solo uno (o, se volete includere gli Stati Uniti, due). Ora, il progetto Costs of War identifica non meno di 76 Paesi, il 39% del pianeta, coinvolti in tale conflitto globale. Ciò significa posti come Afghanistan, Siria, Iraq, Yemen, Somalia e Libia dove attacchi di droni o altri aerei degli USA sono la norma e le truppe statunitensi (spesso le forze speciali ) sono direttamente o indirettamente impegnate in combattimento.

Significa anche Paesi in cui i consulenti statunitensi addestrano militari locali o addirittura milizie nelle tattiche di controterrorismo nelle basi cruciali per tale insieme di conflitti in espansione. Come la mappa chiarisce, tali categorie spesso si sovrappongono. Chi potrebbe meravigliarsi del fatto che una simile “guerra” sia alimentata dai dollari dei contribuenti statunitensi a un ritmo tale da far vacillare l’immaginazione in un Paese le cui infrastrutture si stanno ormai visibilmente sgretolando? In uno studio pubblicato a novembre, il progetto Costs of War stimava che il costo della guerra al terrore (con alcune spese future incluse) avesse già raggiunto gli astronomici 5,6 trilioni di dollari.

Solo di recente, tuttavia, il presidente Trump, intensificando quei conflitti, twittava una cifra ancor più sbalorditiva: “Dopo aver speso stupidamente 7 trilioni in Medio Oriente, è ora di iniziare a ricostruire il nostro Paese!” (Anche questa cifra sembra provenire in qualche modo dalla stima di Costs of War su “i futuri pagamenti degli interessi sul prestito per le guerre che aggiungeranno probabilmente più di 7,9 trilioni di dollari al debito nazionale” entro la metà del secolo). Non poteva esserci commento più raro da parte di un politico statunitense, poiché in questi anni le valutazioni dei costi monetari e umani della guerra sono state in gran parte lasciate a piccoli gruppi di studiosi e attivisti.

La guerra al terrore si è, infatti, diffusa nel modo che la mappa di oggi presenta, e quasi senza alcun dibattito serio in questo Paese sui suoi costi e risultati. Se il documento prodotto dal progetto Costs of War è, in realtà, una mappa infernale, è anche credo la prima mappa completa mai prodotta di questa guerra. Pensateci per un momento. Negli ultimi 16 anni, noi, popolo statunitense, finanziando tale complesso insieme di conflitti per un ammontare di trilioni di dollari, non abbiamo avuto una sola mappa della guerra che Washington combatte. Non una. Sì, alcune parti di quei conflitti che si trasformano e si ampliano appaiono da qualche parte nei notiziari, regolarmente anche se raramente (tranne quando ci sono attacchi terroristici “solitari” negli Stati Uniti o Europa occidentale) nei titoli dei giornali.

In tutti questi anni, tuttavia, nessun statunitense ha potuto avere l’immagine di questo strano, perenne conflitto la cui fine non è per nulla in vista. Parte di ciò può essere spiegata dalla natura della “guerra”. Non ci sono fronti, non ci sono eserciti che avanzano su Berlino, nessuna armata che si abbatte sulla patria giapponese. Non c’è, come in Corea nei primi anni Cinquanta, nemmeno un parallelo da attraversare o una controffensiva. In questa guerra non ci sono ritirate, ovvio, e dopo l’ingresso trionfale a Baghdad nel 2003, anche poche avanzate.

Era difficile persino mapparne le componenti e quando viene fatto, come una mappa dei territori controllati dai taliban in Afghanistan del New York Times, il quadro resta complesso e d’impatto limitato. In generale, tuttavia, noi, il popolo, siamo stati smobilitati in quasi tutti i modi immaginabili in questi anni, anche quando si trattava semplicemente di seguire l’infinita serie di guerre e conflitti che vanno sotto la rubrica guerra al terrore.

Mappatura 2018 ed oltre

Lasciatemi ripetere questo mantra: una volta, quasi diciassette anni fa, ce n’era uno; ora, il conteggio è 76 ed aumenta. Nel frattempo, grandi città sono state ridotte in macerie; decine di milioni di esseri umani sono profughi; milioni di rifugiati continuano a varcare i confini, sconvolgendo sempre più terre; i gruppi terroristici sono diventati simboli in parti significative del pianeta; e il nostro mondo statunitense continua ad essere militarizzato. Questo va pensato come tipo completamente nuovo di guerra globale perpetua. Quindi date un’occhiata ancora alla mappa. Cliccateci e ingranditela per vederla in modalità schermo intero.

È importante cercare d’immaginare ciò che accade visivamente, dato che affrontiamo un nuovo disastro, una militarizzazione planetaria mai vista prima. Non importa i “successi” nella guerra di Washington, che vanno dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001 alla presa di Baghdad nel 2003 alla recente distruzione del “califfato” dello Stato islamico in Siria e Iraq (o della maggior parte comunque, dato che qui gli aerei statunitensi ancora sganciano bombe e sparano missili in alcune parti della Siria), i conflitti sembrano solo cambiare e ripetersi. Siamo in un’era in cui l’esercito statunitense è all’avanguardia, spesso l’unico vantaggio, di ciò che si chiamava “politica estera” statunitense, e il dipartimento di Stato viene radicalmente ridimensionato.

Le forze per operazioni speciali statunitensi furono dispiegate in 149 Paesi solo nel 2017 e gli Stati Uniti hanno così tante truppe su così tante basi in così tanti posti sulla Terra che il Pentagono non può nemmeno spiegare dove si trovassero 44000 di loro. Potrebbe, infatti, non esserci modo di mappare veramente tutto questo, sebbene l’illustrazione del Progetto Costs of War sia un trionfo di ciò che può essere visto. Guardando al futuro, preghiamo per una cosa: che la gente di quel progetto abbia molta resistenza, dato che è un fatto che, negli anni di Trump (e forse anche oltre), il costo della guerra aumenterà. Il primo bilancio del Pentagono dell’era Trump, approvato con unanimità bipartisan dal Congresso e firmato dal presidente, è di uno strabiliante 700 miliardi di dollari.

Nel frattempo, i vertici militari e il presidente, mentre intensificano i conflitti dal Niger allo Yemen, dalla Somalia all’Afghanistan, sembrano eternamente alla ricerca di altre guerre da lanciare. Indicando Russia, Cina, Iran e Corea democratica, per esempio, il comandante del Corpo dei Marines generale Robert Neller recentemente dichiarava alle truppe statunitensi in Norvegia di aspettarsi una “lotta bigotta” in futuro, aggiungendo: “Spero di sbagliarmi, ma c’è”. A dicembre, il consigliere per la sicurezza nazionale, tenente-generale HR McMaster, suggerì anche che la possibilità di una guerra (presumibilmente di natura nucleare) con la Corea democratica di Kim Jong-un fosse “crescente ad ogni giorno”.

Nel frattempo, in un’amministrazione piena di iranofobi, il presidente Trump sembra prepararsi a stracciare l’accordo nucleare iraniano, probabilmente già questo mese. In altre parole, nel 2018 e oltre, le mappe di molti tizi creativi potrebbero essere necessarie semplicemente per iniziare a cogliere le ultime guerre statunitensi. Si consideri, ad esempio, un recente articolo del New York Times secondo cui circa 2000 dipendenti del Department of Homeland Security sono già “dispiegati in oltre 70 Paesi in tutto il mondo”, soprattutto per impedire attacchi terroristici. E così si va nel ventunesimo secolo.

Quindi, benvenuti nel 2018, un altro anno di guerra infinita, e mentre siamo in argomento, un piccolo avvertimento ai nostri capi: dati gli ultimi 16 anni, fate attenzione a ciò che desiderate.

Articolo originale: Tomgram: Engelhardt, Seeing Our Wars for the First Time / Traduzione di Alessandro Lattanzio per aurorasito.wordpress.com

Riferimenti:  http://www.ecplanet.com

(1) Current United States counterterror war locations           

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Gli smartphone disturbano il sonno e riducono le ore di riposo dei bambini

Smartphone - bambiniChe gli stimoli elettronici compromettessero il sonno era noto. Ma ora una ricerca definisce i livelli di stress. E fissa le regole per evitare problemi

Se siete tra quei genitori che ogni sera sono pronti a lanciarsi in lunga lotta pur di togliere il tablet dalle mani dei vostri figli, sappiate che la scienza è dalla vostra parte. Lo schermo di smartphone e tablet disturbano il sonno e riducono le ore di riposo.

La notizia non è nuova, ma il nuovo studio condotto dall’università del Colorado-Boulder(1) pubblicata sulla rivista Pediatrics va oltre e fissa alcune regole utili. In particolare, di 454 adolescenti presi in esame il 60% va a letto con il cellulare e il 45% lo usa come sveglia. Supera invece il 90% la percentuale di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni, oggetto di studio che vanno a letto più tardi e che dormono poco e male”.

Ma perché?

Tre sono le principali cause secondo i ricercatori:

  1. I contenuti sono troppo stimolanti, soprattutto se si tratta di videogiochi
  2. La luce e la lunghezza d’onda emanata dai dispositivi incide sui ritmi circadiani e sulla fisiologia del sonno, abbassando drasticamente il livello di melatonina del corpo (quello che ci dice quando andare a dormire, per dirla con parole povere).
  3. Il rimpicciolimento dello schermo dalla tv al cellulare) permette a bambini e ragazzi di vedere di nascosto una puntata della propria serie preferita quando dovrebbero dormire

I più piccoli sono ovviamente più a rischio “perché i loro occhi non sono completamente sviluppati e perché sono molto più sensibili agli stimoli esterni”. Su soggetti così giovani entrano in gioco fattori biologici, neuronali e ambientali. “La luce è il nostro orologio naturale”, spiega Monique LeBourgeois(2), professore associato del dipartimento di Fisiologia al CU Boulder e autrice dello studio. “Quando la luce colpisce la nostra retina durante le ore serali, invia una cascata di segnali al sistema circadiano al fine di tenere a bada la melatonina e a ritardare il sonno”. “Sappiamo, inoltre, che i più giovani hanno pupille più grandi e quindi sono più vulnerabili”. Gli studiosi sottolineano che esposti alla stessa intensità di luce, adulti e bambini producono una risposta diversa, con i secondi che vedono crollo doppio di melatonina rispetto ai primi.

Per evitare problemi, gli autori dello studio di rimuovere rutti i dispositivi elettronici dalla stanza dei bambini, inclusa la tv, e di stabilire delle regole. In più sottolineano di educare i bambini all’importanza del sonno di qualità. Ecco di seguito le 3 regole auree per il buon sonno dei più piccoli.

  1. Limitare l’uso dei media prima di andare a letto
  2. Spegnere tutti i dispositivi elettronici e spostarli fuori dalla stanza da letto
  3. Sii un modello da seguire

Riferimenti:

(1) Kids uniquely vulnerable to sleep disruption from electronics

(2) Monique LeBourgeois

(3) http://www.ecplanet.com

Autrice: Sonia Montrella / Foto di WerbeFabrik / Fonte: agi.it

Un pianeta sfruttato a causa del consumo di carne

CarneSecondo l’economista Jeremy Rifkin, uno dei più famosi teorici no-global, il consumo di carne è direttamente responsabile del rischio-fame per due miliardi di persone: il “racket dell’hamburger” assorbe il 36% della produzione mondiale di grano, destinato a mangimi. «Centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali ad uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all’alimentazione umana», scrive Maurizio Sabbadini. «I ricchi del pianeta consumano carne bovina e suina, pollame e altri di tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame».

Europa, Nord America e Giappone stanno letteralmente divorando il patrimonio alimentare dell’intero pianeta. Oggi, oltre il 70% per cento del grano prodotto negli Usa è destinato all’allevamento del bestiame, in gran parte bovino. «Sfortunatamente, di tutti gli animali domestici, i bovini sono fra i convertitori di alimenti meno efficienti: sperperano energia e sono da molti considerati “le Cadillac delle fattorie”». Per far ingrassare di mezzo chilo un manzo, occorrono oltre 4 chili di foraggio, di cui oltre 2 chili e mezzo sono cereali e sottoprodotti di mangimi, e il restante chilo e mezzo è paglia tritata. «Questo significa che solo l’11% del foraggio assunto dal manzo diventa effettivamente parte del suo corpo».

Attualmente, negli Stati Uniti, 157 milioni di tonnellate di cereali, legumi e proteine vegetali potenzialmente utilizzabili dall’uomo sono destinate alla zootecnia: è una produzione di 28 milioni di tonnellate di proteine animali che l’americano medio consuma in un anno, riassume Sabbadini su “Disinformazione.it”. «In tutto il mondo la domanda di cereali per la zootecnia continua a crescere perché le multinazionali cercano di capitalizzare sulla richiesta di carne proveniente dai paesi ricchi».

Fra il 1950 e il 1985, gli anni boom dell’agricoltura, negli Stati Uniti e in Europa, due terzi dell’aumento di produzione di grano sono stati destinati alla fornitura di cereali d’allevamento, per lo più bovino. «È stata la decisione più iniqua della storia quella di usare la terra per creare una catena alimentare artificiale che ha portato alla miseria centinaia di milioni di esseri umani nel mondo», sostiene Sabbadini. «È importante tenere a mente che un acro di terra coltivato a cereali produce proteine in misura cinque volte maggiore rispetto ad un acro di terra destinato all’allevamento di carni; i legumi e le verdure possono produrne rispettivamente 10 e 15 volte tanto». Le grandi multinazionali producono semi e prodotti chimici per l’agricoltura, allevano bestiame e controllano mattatoi, canali di marketing e distribuzione della carne: «Hanno tutto l’interesse di pubblicizzare i vantaggi del bestiame allevato a cereali».

Purtroppo, la carne fa ancora tendenza: «La pubblicità e le campagne di vendita destinate ai paesi in via di sviluppo equiparano e associano all’allevamento di bovini nutriti a foraggio il prestigio di quel dato paese. Salire la “scala delle proteine” è diventato un simbolo di successo che assicura l’entrata in un club elitario di produttori che sono in cima alla catena alimentare mondiale». Il periodico americano “Farm Journal” riflette con queste parole i pregiudizi della comunità agro-industriale: «Incrementare e diversificare le forniture di carne sembra essere il primo passo di ogni paese in via di sviluppo». Iniziano tutti con l’allevamento di polli e con l’installazione di attrezzature per la produzione delle uova: è il modo più veloce ed economico che permette di produrre proteine non vegetali. «Poi, quando le loro economie lo permettono, salgono “la scala delle proteine” e spostano la loro produzione verso carne suina, latte, latticini, manzo nutrito al pascolo. Per poi arrivare, in alcuni casi, al manzo allevato con grano raffinato». Ma incoraggiare altri paesi a salire la “scala delle proteine”, avverte Sabbadini, promuove solo gli interessi degli agricoltori occidentali (americani soprattutto) e delle società agro-industriali.

Molti paesi in via di sviluppo hanno iniziato a salire la “scala delle proteine” all’apice del boom agricolo, con molto grano in eccesso. Nel 1971 la Fao suggerì di passare al grano grezzo, che poteva essere consumato più facilmente dal bestiame. Il governo americano, prosegue “Disinformazione.it”, incoraggiò ulteriormente i suoi programmi di aiuti all’estero, collegando gli aiuti alimentari allo sviluppo sul mercato dei cereali foraggieri. «Società come la Ralston Purina e la Cargill hanno ricevuto finanziamenti governativi a basso tasso di interesse per la gestione di aziende avicole e l’uso di cereali foraggeri nei paesi in via di sviluppo, iniziando queste nazioni al viaggio che le avrebbe condotte verso la scala delle proteine. Molte nazioni hanno seguito il consiglio della Fao e si sono sforzate di rimanere in cima a questa scala». Risultato: «Negli ultimi 50 anni la produzione mondiale di carne si è quintuplicata». E il passaggio dal cibo al mangime «continua velocemente in molti paesi in modo irreversibile, nonostante il crescente numero di persone che muoiono di fame». Un caso emblematico? La crisi in Etiopia nel 1984, con migliaia di vittime denutrite. «L’opinione pubblica non era al corrente del fatto che in quel momento l’Etiopia stesse utilizzando parte dei suoi terreni agricoli per la produzione di panelli di lino, di semi di cotone e semi di ravizzone da esportare nel Regno Unito e in altri paesi europei come cereali foraggieri destinati alla zootecnia».

Le statistiche sono sconcertanti: l’80% dei bambini che nel mondo soffrono la fame vive in paesi che di fatto generano un surplus alimentare prodotto sotto forma di mangime animale, di conseguenza utilizzato solo da consumatori benestanti. La corsa alla carne sta travolgendo i paesi in fase di sviluppo come la Cina, dove la quota di grano destinato alla zootecnia è triplicata. Nel solo Messico, dal 1960 ad oggi, la percentuale di grano da allevamento è cresciuta dal 5 al 45% per cento, mentre in Egitto è passata dal 3 al 31% e in Thailandia dall’uno al 30%. Ironia della sorte: «Milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all’abbondanza di cibo (attacchi di cuore, infarti, cancro, diabete – malattie provocate da un’eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali), mentre i poveri del Terzo Mondo muoiono di malattie poiché viene loro negato l’accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all’uomo». Le statistiche parlano chiaro, sottolinea Sabbadini: sarebbero 300.000 gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di sovrappeso, ed è un numero destinato ad aumentare. «Secondo gli esperti, nel giro di qualche anno, se continuano le attuali tendenze, sempre più americani moriranno prematuramente più per cause di obesità che per il fumo delle sigarette».

Attualmente è sovrappeso il 61% degli americani, insieme a oltre la metà degli europei. La colpa, accusa l’Oms, è dell’hamburger. Gli obesi nel mondo sono il 18%, più o meno quanto gli individui denutriti. «Mentre i consumatori dei paesi ricchi letteralmente fagocitano se stessi fino alla morte, seguendo regimi alimentari carichi di grassi animali, nel resto del mondo circa 20 milioni di persone l’anno muoiono di fame e di malattie collegate». Secondo le stime, la fame cronica contribuisce al 60% delle morti infantili. Ma i consumatori di carne non sanno, né vogliono sapere. «I consumatori di carne dei paesi più ricchi – scrive Sabbadini – sono così lontani dal lato oscuro del circuito grano-carne che non sanno, né gli interessa sapere, in che modo le loro abitudini alimentari influiscano sulle vite di altri esseri umani e sulle scelte politiche di intere nazioni». Obiettivamente: «Chi mangia carne consuma le risorse della terra quattro volte di più di chi non lo fa». Ogni volta che si mangia una bistecca, aggiunge il blogger, «bisognerebbe essere consapevoli dei liquami che filtrano nelle falde acquifere, delle foreste disboscate, del deserto conseguente, dell’anidride carbonica e del metano che intrappolano il globo in una cappa calda. Ogni bistecca equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti e a 75 chili di gas responsabili dell’effetto serra».

Bisognerebbe essere consapevoli anche delle tonnellate di grano e soia usate per dar da mangiare alla fonte delle bistecche, non dimenticandosi «degli 840 milioni di persone che nel mondo hanno fame e dei 9 milioni che ne hanno tanta da morirne». Mangiare meno carne, o magari non mangiarne più? «Una scelta sociale, solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta». E non è tutto: «Ogni volta che addentiamo un hamburger si perdono venti o trenta specie vegetali, una dozzina di specie di uccelli, mammiferi e rettili. Dal 1960 a oggi, oltre un quarto delle foreste del Centro America è stato abbattuto per far posto a pascoli; in Costa Rica i latifondisti hanno abbattuto l’80% della foresta tropicale e in Brasile c’è voluto l’omicidio di Chico Mendes, il raccoglitore di gomma assassinato dagli allevatori per una disputa sull’uso della foresta pluviale, per accorgersi dell’esistenza di una “bovino connection”». E ancora: «In Amazzonia la foresta pluviale è stata divorata da 15 milioni di ettari di pascolo, eppure è in questo habitat che dimora il 50% delle specie viventi e da qui deriva un quarto di tutti i farmaci che usiamo». Dove prima c’erano migliaia di varietà viventi ora ci sono solo mandrie.

«Vacche ovunque», scrive Rifkin nel suo “Ecocidio”: «Attualmente il nostro pianeta è popolato da ben oltre un miliardo di bovini. Quest’immensa mandria occupa, direttamente o indirettamente, il 24% della superficie terrestre e consuma una quantità di cereali sufficiente a sfamare centinaia di milioni di persone». Per farvi posto occorre terreno da pascolo. E deforestazione per creare pascoli significa desertificazione: dopo tre o quattro, il suolo calpestato e divorato da milioni di bovini (ogni capo libero ingurgita 400 chili di vegetazione al mese) finisce esposto a sole, piogge e vento, quindi diventa sterile. E i ruminanti si devono spostare dissacrando altri ettari di foresta. «Ci vorranno da 200 a mille anni perché quei terreno ritorni fertile». E che dire dell’acqua? «Quasi la metà dell’acqua dolce consumata negli States è destinata alle coltivazioni di alimenti per il bestiame: è stato calcolato che un chilo di manzo si beve 3.200 litri d’acqua». Risultato: le falde acquifere del Midwest e delle Grandi Pianure statunitensi si stanno esaurendo. Non solo: l’allevamento richiede ingenti quantità di sostanze chimiche tra fertilizzanti, diserbanti, ormoni, antibiotici: «Tutti prodotti dalle stesse, poche multinazionali che detengono il monopolio dei semi usati per coltivare cereali e legumi destinati ad alimentare il bestiame», fa notare Enrico Moriconi, veterinario e ambientalista, nelle pagine del suo “Le fabbriche degli animali” (Edizioni Cosmopolis).

«Ogni anno in Europa gli animali da allevamento consumano 5.000 tonnellate di antibiotici, di cui 1.500 per favorirne la crescita, e tutti vanno a finire nelle falde acquifere», incalza Marinella Correggia, attivista della Global Hunger Alliance e autrice di “Addio alle carni” (Lav). Roberto Marchesini, docente di bioetica e zoo-antropologia, autore di “Post-human” (Bollati Boringhieri) svela che nel bacino del Po, ogni anno, «vengono riversate 190.000 tonnellate di deiezioni animali: contengono metalli pesanti, antibiotici e ormoni». Con quali conseguenze? Per esempio, le alghe abnormi nell’Adriatico. Marchesini parla di «fecalizzazione ambientale». E Rifkin ci illumina sulla portata del problema: un allevamento medio produce 200 tonnellate di sterco al giorno. «C’è dell’altro: i bovini sono responsabili dell’effetto serra tanto quanto il traffico veicolare del mondo intero a causa dell’uso di petrolio (22 grammi per produrre un chilo di farina contro 193 per uno di carne), delle emissioni di metano dovute ai processi digestivi (60 milioni di tonnellate ogni anno) e dell’anidride carbonica scatenata dal disboscamento».

È la stessa Fao a fornire un elenco agghiacciante dei problemi causati dagli allevamenti intensivi: riduzione della bio-diversità, erosione del terreno, effetto serra, contaminazione delle acque e dei terreni, piogge acide a causa delle emissioni di ammoniaca. E tutto questo per cosa? Per quelle che Frances Moore Lappé, autrice di “Diet for a small planet”, definisce «fabbriche di proteine alla rovescia». Occorre un chilo di proteine vegetali per avere 60 grammi di proteine animali. «Per produrre una bistecca che fornisce 500 calorie», spiegano gli autori di “Assalto al pianeta” (Bollati Boringhieri), «il manzo deve ricavare 5.000 calorie, il che vuoi dire mangiare una quantità d’erba che ne contenga 50.000». Attenzione: «Solo un centesimo di quest’energia arriva al nostro organismo: il 99% viene dissipata, usata per il processo di conversione e per il mantenimento delle funzioni vitali, espulsa o assorbita da parti che non si mangiano, come ossa o peli». Il bestiame? È una fonte di alimentazione altamente idrovora ed energivora, una massa bovina che ingurgita tonnellate di acqua ed energia. E lo fa per nutrire solo il 20% della popolazione globale del pianeta: quel 20% che sfrutta l’80% delle risorse mondiali, per non rinunciare alla sua bistecca quotidiana. «Nel mondo c’è abbastanza per i bisogni di tutti, ma non per l’ingordigia di alcuni», diceva Gandhi.

Ingordigia che ha raggiunto livelli esorbitanti: dal dopoguerra a oggi, in Europa, siamo passati da circa 7-15 chili di consumo pro capite all’anno a 85-90 (110-120 negli States), riferisce Marchesini. Secondo Moore Lappé, le tonnellate di cereali e soia che nutrono gli animali da carne basterebbero per dare una ciotola di cibo al giorno a tutti gli esseri umani per un anno. E la Fao conferma: una dieta vegetariana mondiale potrebbe dar da mangiare a 6,2 miliardi di persone, mentre un’alimentazione che limiti la carne al 25% può sfamarne solo 3,2 miliardi. La spiacevole sorpresa? La domanda di carne sta crescendo. «Paesi come la Cina stanno abbandonando riso e soia a favore di abitudini occidentali», scrive Sabbadini: «Stiamo esportando il nostro modello alimentare (e che modello!)». Secondo l’Ifpri, entro il 2020 la domanda di carne nei paesi in via di sviluppo aumenterà del 40%: questo significherà oltre 300 milioni di tonnellate di bistecche. E raddoppierà, sempre nei paesi in via di sviluppo, la domanda di cereali zootecnici: fino a raggiungere 445 milioni di tonnellate di carne. «Richieste incompatibili con la salute del pianeta e con un equo sfruttamento delle risorse». Una slavina inarrestabile, globalizzata. Si chiama: rivoluzione zootecnica. «Significa spostare nel Sud del mondo la produzione di carne».

La Banca Mondiale sovvenziona, in Cina, l’industria dell’allevamento e della macellazione. «Ma sbaglia: suolo e acqua non bastano per sfamare il mondo a suon di bistecche e hamburger», scrive “www.disinformazione.it”. «Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita del 20% ogni dieci anni», prevede Rifkin, «si sta preparando una crisi alimentare planetaria». Rincara la dose Correggia: «È stato calcolato che l’impronta ecologica di una persona che mangia carne, cioè suo il consumo di risorse, di 4.000 metri quadrati di terreno, contro i mille sufficienti a un vegetariano». Allo stato attuale, «la disponibilità di terra coltivabile per ogni abitante della terra è di 2.700 metri quadrati». Ancora: un ettaro di terra a cereali per il bestiame dà 66 chili di proteine, che diventano 1.848 (28 volte di più!) se lo stesso terreno viene coltivato a soia. Ancora Rifkin: «Ogni chilo di carne è prodotto a spese di una foresta bruciata, di un territorio eroso, di un campo isterilito, di un fiume disseccato, di milioni di tonnellate dì anidride carbonica e metano rilasciate nell’atmosfera».

La nuova dimensione del male, ragiona Sabbadini, è intimamente connessa con il complesso bovino moderno, che ha acquisito i caratteri di un male occulto, inflitto a distanza: è un male camuffato da strati sovrapposti di veli tecnologici e istituzionali. «Un male cosi lontano, nel tempo e nel luogo, da chi lo commette e da chi lo subisce, da non lasciar sospettare o avvertire alcuna relazione causale». È un male che non può essere avvertito, data la sua natura impersonale. «È probabile che i proprietari dei negozi in cui si vende carne di bovini nutriti a cereali non avvertano mai, personalmente, la disperazione delle vittime della povertà, di quei milioni di famiglie allontanate dalla propria terra per fare spazio a coltivazioni di prodotti destinati esclusivamente all’esportazione. E che i ragazzi che divorano cheeseburger in un fast-food non siano consapevoli di quanta superficie di foresta pluviale sia stata abbattuta e bruciata per mettere a loro disposizione quel pasto». Il consumatore che acquista una bistecca al supermercato non si sente responsabile dell’immensità del dolore che il suo gesto provoca. «Abbiamo appiattito la ricchezza organica dell’esistenza, trasformando il mondo che ci circonda in astratte equazioni algebriche, statistiche e standard di performance economica».

Il male occulto? Viene perpetuato da istituzioni e individui: il mercato, la globalizzazione del profitto. In un mondo di questo genere, conclude Sabbadini, ci sono ben poche occasioni per essere in sintonia con l’ambiente e proteggere i diritti delle future generazioni. «L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane. La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente, per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica». Primo passo necessario: «Diventare consapevoli dei meccanismi di sfruttamento del pianeta di cui siamo complici». Il secondo passo «non è fare la rivoluzione, e non è neanche aderire a questa o quest’altra organizzazione alternativa (per quanto possa essere positivo), ma è far seguire conseguenti e coerenti azioni personali in armonia con una vita etica e rispettosa dell’ambiente e del prossimo. Se vogliamo cambiare il mondo dobbiamo iniziare da noi stessi».

Foto di WerbeFabrik / Fonte: libreidee.org   www.ecplanet.com