Inchiesta shock: propagare virus per alimentare il business dei vaccini

Virus e vacciniL’Italia sembra uno snodo fondamentale del traffico di virus. L’indagine è stata aperta dalle autorità americane e portata avanti dai carabinieri del Nas. Al centro c’è un groviglio di interessi dai confini molto confusi tra le aziende che producono medicinali e le istituzioni pubbliche che dovrebbero sperimentarle e certificarle. Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: emerge un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale.

Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie, sia per proteggere la popolazione che per difendere gli allevamenti di bestiame. In un caso, ipotizzano perfino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager.

In uno degli episodi descritti nell’inchiesta, si scopre che i ceppi delle malattie più contagiose viaggiano da un Paese all’altro senza precauzioni e autorizzazioni.

Esistono trafficanti disposti a pagare decine e decine di migliaia di euro pur di impadronirsi degli agenti patogeni:averli prima permette di sviluppare i vaccini battendo la concorrenza. In un caso, si ipotizza perfino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager.

Il traffico di virus è stato scoperto dalla Homeland Security, il ministero creato dopo le Torri Gemelle per stroncare nuovi attacchi agli Stati Uniti. Nel loro mirino è finita un’attività ad alto rischio: l’importazione negli States di virus dall’Arabia Saudita per elaborare farmaci, poi riesportati nel Paese arabo. Il presidente e tre vice presidenti della compagnia farmaceutica incriminata per l’operazione sono stati condannati a pene pesanti. Fondamentale per l’indagine è la testimonianza di Paolo Candoli, manager italiano della Merial, la branca veterinaria del colosso Sanofi: l’uomo ha patteggiato l’immunità in cambio delle rivelazioni sul contrabbando batteriologico. Ai detective ha descritto come nell’aprile 1999 si fece spedire illegalmente a casa in Italia un ceppo dell’aviaria tramite un corriere Dhl.

A procurarlo era stato il veterinario statunitense di un allevamento di polli saudita, condannato negli Usa a 9 mesi di prigione e 3 anni di libertà vigilata per “cospirazione in contrabbando di virus”. Chiusi i processi, nel 2005 l’Homeland Security ha trasmesso i verbali di Candoli ai carabinieri del Nas. Gli investigatori sin dai primi accertamenti si rendono conto di avere davanti uno scenario da incubo. Infatti, sottolineano i carabinieri, l’arrivo del virus in casa Candoli coincide con l’insorgenza nel Nord Italia, a partire proprio dal 1999, della più grossa epidemia da virus H7N3 di influenza aviaria sviluppatasi negli allevamenti in Italia e in Europa. Già all’epoca le indagini condotte dal Nas di Bologna avevano evidenziato l’esistenza di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini proprio del tipo H7: antidoti che in quel momento venivano somministrati clandestinamente ai polli degli stabilimenti italiani.

Il capitolo più inquietante è quello del traffico di virus, fatti entrare in Italia nei modi più diversi e illegali. Le intercettazioni telefoniche dei Nas di Bologna e Roma sono definite allarmanti. Fra i metodi per importare in Italia agenti patogeni, c’era anche quello di nascondere le provette fra i capi di abbigliamento sistemati in valigia: in questo modo, spiegano, «sembrano i kit del piccolo chimico» e non destano sospetti in caso di controlli. Il manager rivela inoltre che i virus non sono stati fatti entrare illegalmente solo in Italia, ma anche in Francia per la realizzazione di vaccini nei laboratori della Merial a Lione. «In Francia comunque non ci sono mai stati problemi per importare i ceppi», dice Candoli, e aggiunge che lì hanno fatto arrivare anche virus esotici. Un altro dirigente dell’azienda spiega al telefono:

«Ascolta Paolo, noi facciamo delle cose, molto più turche nel senso di difficoltà logistica, tu sai che facciamo il Bio Pox con il Brasile per cui figurati se ci fermiamo davanti a un problema che è praticamente un terzo di quello che facciamo con i brasiliani».

Uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta condotta dai Nas ricostruisce la diffusione dell’allarme sul pericolo di contagio umano per l’aviaria nella primavera 2005. Gli inquirenti hanno esaminato i documenti ufficiali e le iniziative delle aziende, sostenendo che l’emergenza «sia stata un problema più mediatico che reale». Dietro il paventato rischio di epidemia per il virus H5N1 – scrivono i carabinieri – si potrebbe celare una “strategia globale” ispirata dalle multinazionali che producono i farmaci. Nel dossier investigativo vagliano il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, la massima autorità del settore, che in un documento del 2004 raccomandava di fare scorte di Oseltamvir (Tamiflu) prodotto dalla Roche. Dopo un anno anche in Italia cominciano a venire pubblicati articoli sull’epidemia in arrivo, “inevitabile ed imminente”. Si consiglia il vaccino per proteggersi comunque dall’influenza stagionale e l’uso di farmaci antivirali, incluso il Tamiflu, contro l’aviaria: in poco tempo le vendite del prodotto Roche aumentano del 263 per cento.

Molte delle informazioni allarmistiche – sostengono i carabinieri – sono emerse da un convegno tenuto a Malta nel settembre 2005, sponsorizzato dalle aziende che confezionano vaccini contro l’influenza e farmaci antivirali. Due settimane dopo, c’è una correzione di tiro. L’Istituto Superiore di Sanità afferma che un ceppo virale di H5N1 “che potrebbe scatenare la prossima pandemia influenzale globale mostra di resistere al Tamiflu”, che tanti paesi cominciavano ad accumulare. Ed ecco la svolta, sottolineata da diversi articoli: «Fortunatamente, il ceppo virale non è però risultato resistente all’altro antivirale in commercio, Relenza della Glaxo».

I carabinieri sostengono che l’allarme è stato alimentato nonostante di fatto non stesse accadendo nulla. Anche Candoli al telefono definisce la diffusione delle notizie «una forma di vero e proprio terrorismo informativo» ma poi commenta positivamente la vendita in un solo mese di un milione e mezzo di dosi di vaccino anti-influenza prodotto dalla sua azienda:

«Anche certe industrie farmaceutiche che producono vaccini umani hanno un business mica da noccioline sebbene non ci sia nulla di diverso rispetto a sei mesi, un anno o addirittura cinque mesi anni fa. L’unica cosa di diverso è che adesso stanno ragionando sulla possibilità che vi sia una pandemia, che non è scritta da nessuna parte».

Foto di WerbeFabrik / Fonte: italiapatriamia.eu    http://www.ecplanet.com

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I neuroni dell’intestino interagiscono con quelli del cervello

I neuroni dell'intestino interagiscono con quelli del cervelloPotremmo quasi affermare che il modo di dire “prendere una decisione di pancia” non sia del tutto sbagliato.

Vi è infatti un fondo di verità: l’intestino è il nostro secondo cervello, composto da oltre cento milioni di neuroni in dialogo continuo con quelli nella testa.

Le cellule nervose nell’addome producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore della felicità, che poi agisce sul cervello: “Se si mangia un cibo gustoso la produzione aumenta e ci sentiamo meglio” spiega Attilio Giacosa, docente di gastroenterologia all’Università di Pavia, che spiega anche come “un’infiammazione dell’intestino distrugge la serotonina, e se al cervello ne arriva meno stiamo male, fino alla depressione”.

La relazione fra i due cervelli è molto stretta e a due direzioni, così per esempio lo stress si ripercuote sulla salute gastrointestinale.

Un’indagine di Assosalute (assosalute.info) ha dimostrato che nel 78% degli uomini e nell’88% delle donne preoccupazioni e ansia hanno causato problemi a stomaco e intestino.

“In questi casi gonfiore, dolori, difficoltà digestive si manifestano soprattutto di giorno.

Si interviene con farmaci per automedicazione o curando la dieta: mangiare senza fretta e in modo equilibrato, scegliendo cibi non troppo grassi e cucinati in maniera semplice, aiuta a prevenire e risolvere i fastidi da stress”.

Quindi, la salute di stomaco e intestino si ripercuote anche sul benessere psicologico.

Foto di WerbeFabrik

Riflessioni sulle missioni lunari

LunaE se le foto (farlocche) dello storico allunaggio del 1969 fossero un depistaggio? Secondo i maggiori fotografi internazionali, da Peter Lindbergh a Oliviero Toscani, le immagini di Apollo 11 diffuse in mondovisione dalla Nasa sono state palesemente girate in studio, e con anche le ombre “sbagliate”, cioè imitando in modo grossolanamente impreciso la luce del sole.

Un clamoroso “fake”, dunque, come dimostra Massimo Mazzucco nel suo documentario “American Moon”, che fra l’altro sottolinea lo strano comportamento dei pionieri dello spazio: astronauti come Neil Armstrong, che sarebbero potuti entrare da trionfatori nello star-system, condussero esistenze molto ritirate, e nel caso di Buzz Aldrin («la Luna ci ha distrutti») segnate dall’abuso di alcol e droga.

Rarissime e laconiche apparizioni, con dichiarazioni sibilline come l’ultima di Armstrong: «Sta ai giovani rimuovere i molti veli che coprono la verità».

Cosa dovevano nascondere, quegli astronauti?

Davvero non misero mai piede, sulla Luna?

«Questo non lo dice nemmeno Mazzucco», sottolinea Gianfranco Carpeoro, saggista e giallista, convinto che magari il “gran segreto” fosse un altro: «Per esempio, che sulla Luna si fosse giunti con altri mezzi, impossibili da rivelare». Un indizio? «La singolare massa di brevetti, tutti “top secret”, depositati all’indomani del famoso episodio di Roswell».

L’incidente di Roswell, pietra miliare nell’ufologia, è un evento verificatosi a Roswell (Nuovo Messico, Stati Uniti) il 2 luglio 1947. La voce: cadde al suolo un Ufo, con tanto di corpi di extraterrestri a bordo, e l’aviazione Usa potè recuperare parti dell’astronave. La smentita ufficiale: a cadere fu un semplice pallone sonda dell’Us Air Force.

Tre anni dopo, secondo l’agente Guy Hottel dell’Fbi, tre oggetti volanti non identificati precipitarono sempre nel New Mexico e furono “catturati” dal servizio investigativo americano. Accadde il 22 marzo del 1950, secondo gli archivi Fbi desecretati nel 2011. «All’interno dei velivoli c’erano nove corpi dalle fattezze umanoidi alti circa 90-100 centimetri», afferma Hottel.

Gli oggetti non identificati, scrive Luigi Bignami su “Repubblica”, avevano un diametro di circa 16 metri ed erano leggermente rialzati al centro: insomma, Ufo nel senso più classico del termine. «Gli occupanti erano vestiti come i piloti dei jet», racconta Hottel nel suo documento. È possibile, conclude l’agente dell’Fbi, che gli oggetti volanti siano precipitati a causa delle interferenze dei numerosi radar presenti nell’area. Sembra la fotocopia dell’incidente di Roswell, scrive Bignami, ricordando che il primo comunicato stampa pubblicato dalla base aerea parlava proprio di un “disco volante”.

Poi le dichiarazioni ufficiali statunitensi “spiegarono” che si trattava di un semplice pallone sonda, ma il caso ha continuato ad alimentare sospetti. «E ancora oggi viene avanzata l’ipotesi che a cadere nel deserto non fu un pallone sonda, ma qualcosa di sconosciuto». Oggi, l’Fbi sembra suggerire una soluzione: «Si parla di un oggetto che aveva la forma di un disco esagonale che doveva essere sospeso per mezzo di un cavo a un pallone, il quale aveva un diametro di circa sei metri e mezzo». In conversazioni telefoniche tra due basi aeree, si valuta «poco credibile» l’ipotesi del pallone sonda. «In ogni caso – ricorda “Repubblica” – il pallone e il disco vennero portati alla base aerea e lì trattenuti senza ulteriori analisi».

Nel frattempo, segnala Carpeoro (in diretta web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”) dopo Roswell – mentre l’opinione pubblica “tifava” per l’ipotesi Ufo – l’ufficio brevetti americano fu letteralmente bombardato di “scoperte” tecnologiche, di ambito militare, destinate a restare segrete. Possibile che gli americani siano andati sulla Luna con mezzi diversi dall’Apollo 11? Se lo domandano giornalisti come Benedetto Sette. «Non ne ho idea», mette le mani avanti Carpeoro: «Non sono un tecnico, tantomeno un fisico o un astrofisico».

«Non sono nemmeno in grado di confutare le minuziose osservazioni fotografiche messe insieme dall’amico Mazzucco», aggiunge. «Ma sono abituato a far lavorare il pensiero, e so che uno come Jules Verne arrivò a immaginare con estrema precisione mondi, flora e fauna di posti che non aveva mai visto, e che la scienza ancora non conosceva». La tesi: è credibile che gli Usa – impegnati nella “corsa allo spazio”, massima espressione della guerra fredda con l’Urss – potessero commettere errori così grossolani (e non voluti) nella “ricostruzione artificiosa” della loro missione lunare? Per Mazzucco sì, è possibile: mezzo secolo fa, gli eventuali manipolatori non potevano immaginare che, oggi, sarebbe stato facile analizzare con tanta precisione quelle immagini. Carpeoro propende per un’altra tesi: il depistaggio.

Ovvero: per proteggere una verità inaccessibile, scegli di depistare l’opinione pubblica, già sapendo di dover fare i conti con gli scettici. E quindi non c’è niente di meglio che darle in pasto qualcosa come quelle immagini: tutti si chiederanno se siamo mai andati davvero sulla Luna, e nessuno si chiederà come ci siamo arrivati.

Il vero segreto da proteggere era l’acquisizione di tecnologie aliene?

«Se fossi al posto di Massimo Mazzucco – conclude Carpeoro – io andrei a dare un’occhiata là dove nessuno, finora, ha mai guardato: cos’erano tutti quei brevetti improvvisamente depositati dopo l’incidente di Roswell?».

Foto di WerbeFabrik / Fonte: libreidee.org   www.ecplanet.com