Dalla Svezia il vademecum per mantenersi giovani

SaluteDieci piccoli gesti quotidiani: è questo, secondo Bertil Marklund, il segreto per allungare la vita di 10 anni.

Il medico di Vänersborg, specializzato in salute pubblicato, è l’autore de “La guida scandinava per vivere 10 anni di più”, caso editoriale in Svezia e in corso di traduzione in 23 Paesi, tra cui l’Italia, dove approderà il 17 marzo grazie alla casa editrice ‘La nave di Teseo’.

Come sottolinea il Corriere della Sera, si tratta di una serie di indicazioni concrete – semplici ma efficaci – per migliorare lo stile di vita, nella consapevolezza che sia questo a pesare per il 75% sulla durata della nostra vita (la genetica solo per il 25%).

Alla base di tutto c’è la considerazione che “il nostro nemico peggiore, nel quotidiano, è l’infiammazione, una minaccia subdola e costante che oltre a indebolirci, alla lunga fa ammalare i nostri organi vitali”.

Da qui, il piccolo vademecum su come rafforzare il sistema immunitario per combattere i radicali liberi.

  1. Movimento
    L’attività fisica costante riduce il rischio di 30/40 malattie. L’ideale quindi è la palestra o la corsa tre volte a settimana. Ma quotidianamente bastano 10-12 mila passi al giorno, corrispondenti a 6-8 chilometri. In caso di lavoro sedentario davanti al pc, alzarsi ogni tre quarti d’ora.
  2. Ridurre lo stress
    Uno dei grandi nemici è lo stress sprigiona adrenalina e cortisolo, aumenta radicali liberi e infiammazioni. Per combatterlo, recuperare, respirare, perdonare e perdonarsi, ridurre le aspettative.
  3. Sonno
    Il sonno è fondamentale per recuperare le energie: 7 le ore che servono in media, insieme a un pisolino dopo pranzo di 20 minuti, se si ha la possibilità. Tra le buone abitudini, andare a dormire e svegliarsi alla stessa ora, mettere via smartphone e tablet, fare in modo di restare al buio.
  4. Sole
    Dal sole arriva la vitamina D, che rinforza il sistema immunitario, contribuisce ad attenuare le infiammazioni, ci protegge da varie malattie. Per incamerare una scorta, bastano 15-20 minuti di esposizione, lavorando in giardino o passeggiando in pantaloni corti.
  5. Alimentazione
    Tra gli alimenti che rafforzano le difese immunitarie, ci sono antiossidanti, come Omega-3 e Omega-6, i cibi a basso indice glicemico, fibre e probiotici. Meglio limitare la carne e assumerla preferibilmente bianca, evitare i cibi precotti.
  6. Bere acqua (e non disdegnare il vino rosso)
    Non solo l’acqua (almeno un litro e mezzo al giorno), ma anche il caffè ha un effetto positivo. Non disdegnare neanche il vino, meglio rosso che bianco, perché riduce il rischio di diabete.
  7. Peso
    Per il medico svedese non bisogna essere per forza magri, ma evitare il sovrappeso, tenendo sotto controllo l’accumulo sul girovita. L’ideale è il digiuno breve: niente cibo dalle 18 alle 12 del giorno dopo.
  8. Bocca sana
    Per avere una bocca sana (e allungare la vita di oltre sei anni, secondo alcuni calcoli) bisogna seguire la regola del due: spazzolare i denti con due centimetri di dentifricio al fluoro per almeno due minuti, due volte al giorno.
  9. Ottimismo
    L’ottimismo aiuta. Per cambiare la propria visione, si consiglia di creare modelli positivi dentro di noi, immagini di cui essere grati e di cui godere. E ridere, che aumenta le endorfine.
  10. Affetti
    Importanti sono gli affetti – dalla famiglia agli amici – che vanno curati. Questi aiutano la guarigione, allontano il rischio di morire di ictus, più elevato per chi vive solo, e di ammalarsi di Alzheimer, doppio per chi si sente solo.

Fonte: agi.it     http://www.ecplanet.com

Antartide: una crepa lunga 175 chilometri

Piattaforma Larsen CDopo aver scoperto una crepa enorme nella piattaforma di ghiaccio antartica Larsen C, gli scienziati dicono che presto questa diventerà uno dei più grandi iceberg del pianeta. In effetti, potrebbe essere un iceberg grande il doppio del paese europeo Lussemburgo.

Gli esperti del Regno Unito dicono che il crack, ovvero la crepa, si è allargata di molto, tanto da essere grande come il grattacielo di 95 piani a Southwark, Londra, che fa parte di London Bridge. La sua altezza è di 309,6 metri (1.016 piedi). Questa è davvero una cattiva notizia, dato che Larsen C è la quarta piattaforma di ghiaccio più grande dell’Antartide e, secondo quanto riferito dalla rivista scientifica Nature, dall’inizio di quest’anno, la sua crepa si è spostata di almeno 10 chilometri di più. Attualmente, la crepa è già lunga 175 chilometri.

Quando l’iceberg finalmente si separerà dalla piattaforma di ghiaccio, sarà uno dei più grandi mai registrati nella storia, anche se è difficile prevedere quando il distacco accadrà, ma prima o poi questo avverrà.

Gli scienziati del British Antarctic Survey (BAS) sono coinvolti in un programma di ricerca a lungo termine per il monitoraggio delle piattaforme di ghiaccio, al fine di comprendere le cause e le implicazioni dei rapidi cambiamenti osservati nella regione. Le nuove fotografie sono state raccolte da esperti che hanno sorvolato la piattaforma di ghiaccio, effettuando poi dei rilevamenti raccogliendo dati molto utili con le apparecchiature scientifiche a terra.

Secondo gli scienziati, il distacco di Larsen C è una questione di mesi prima che questa possa liberarsi nel Mare di Weddell. La cattiva notizia è che questa diventerà un iceberg due volte grande lo stato del Lussemburgo.

Quindi, che cosa ha causato la rottura della piattaforma? Gli scienziati ritengono che il motivo principale per il crack di Larsen C è il riscaldamento globale. Secondo Eric Rignot, un glaciologo presso la University of California, Irvine, il crack di Larsen C è aumentato di un fattore di otto su 10.

Il Dr. Paul Olanda, glaciologo e studioso di Oceani per la British Antarctic Survey (BAS), ha detto in una dichiarazione: “Il parto dell’Iceberg è una parte normale del ciclo di vita del ghiacciaio, e ci sono tutte le possibilità che [il resto di] Larsen C rimarrà stabile e questo ghiaccio tenderà a ricrescere.

“Tuttavia, è anche possibile che questo iceberg lascerà Larsen C in una configurazione instabile. Se ciò accade, ulteriormente il distacco dell’iceberg potrebbe causare un ritiro di Larsen C. Non saremo in grado di dire se Larsen C è instabile fino a quando l’iceberg ha partorito e saremo in grado di comprendere il comportamento del ghiaccio rimanente”.

“La stabilità dei ripiani di ghiaccio, è un fattore importante perché resistono al flusso del ghiaccio nell’interno della terra. Dopo il crollo della piattaforma Larsen B, i suoi ghiacciai hanno accelerato lo scioglimento, contribuendo all’innalzamento del livello del mare di qualche centimetro, ma sempre nei livelli consentiti, Ma se si dovesse sciogliere gran parte della Larsen C? Di sicuro ci sarebbe un aumento imminente dei livelli del mare, situazione pericolosa per molte cittadine e città che si trovano appunto sul mare”.

In questo momento i ricercatori hanno una copertura satellitare limitata dell’area; la missione Nasa ICESat (Ice, Cloud, and Land Elevation Satellite, si è conclusa nel 2009 e il lancio del prossimo satellite simile, ICESat-2, non è in programma prima del 2018. Peraltro, il team del neo eletto presidente Donald Trump ha detto che prevede di togliere alla NASA i finanziamenti per tali missioni di scienza della terra, che risalgono alla formazione della agenzia spaziale 59 anni fa.

Per questo le stime della frattura variano alquanto, costringendo i ricercatori a sorvolare l’area per avere conferme. Il programma della NASA a questo scopo, che è stato finanziato fino al 2019, è chiamato IceBridge.

La frattura nel ghiaccio vista da un aereo della missione IceBridge: si allunga per chilometri. (foto sopra: John Sonntag/IceBridge/NASA Goddard Space Flight Center)

“Fratture di questa portata non accadono così di frequente, [quindi] non abbiamo avuto spesso la possibilità di studiarle da vicino” ha detto a Business Insider Joe MacGregor, un glaciologo e geofisico del Goddard Space Flight Center della NASA. MacGregor era più esitante, nel mese di dicembre, riguardo alla stima su quando si formerà l’iceberg di Larsen C.

“Forse un mese, forse un anno” ha detto. “Più studiamo queste fratture, meglio potremo predire la loro evoluzione e la loro influenza a lungo termine sugli strati di ghiaccio e sugli oceani”.

Ma gli scienziati concordano che l’iceberg si staccherà prima o poi – più prima che poi.

Quando il blocco si spezzerà, sarà il terzo più grande nella storia. MacGregor ha detto che verrà trasportato a largo nel Mare di Weddell e poi nell’Oceano australe e finirà nella corrente oceanica e quindi si scioglierà, mettendoci almeno alcuni mesi, data la sua grandezza”.

I modelli computerizzati fatti da alcuni ricercatori suggeriscono che il distacco del grande blocco di ghiaccio del Larsen C potrebbe destabilizzare l’intera piattaforma di ghiaccio che è circa 50mila chilometri quadrati – più o meno due volte la Sicilia – attraverso una sorta di effetto domino.

MacGregor ha minimizzato questa possibilità, dicendo che altri “modelli computerizzati prevedono che l’eventuale distaccamento di questo iceberg non influenzerà la stabilità complessiva della calotta di ghiaccio”.

Luckman ha supportato questa teoria.

“Ci si aspetterebbe nei mesi e anni successivi al distaccamento ulteriori eventi di formazione di iceberg, e forse un eventuale crollo, ma è una cosa molto difficile da prevedere, e per i nostri modelli è difficile dire che sarà meno stabile,” ha detto Luckman in un comunicato, aggiungendo che “non ci sarà alcun crollo immediato, o nulla di simile”.

Se c’è una buona notizia circa la frattura nella piattaforma Larsen C, è che la calotta di ghiaccio “sta già galleggiando nell’oceano, quindi ha già spostato una massa di acqua equivalente e minimamente sollevato livello del mare come risultato” ha detto MacGregor. “Lo scioglimento dell’iceberg risultante non cambierà tale contributo”.

La cattiva notizia è che se Larsen C crolla, tutto il ghiaccio che trattiene potrebbe aggiungere altri 10 centimetri al livello del mare nel corso degli anni (o dei decenni) – e questo è solo uno dei tanti grandi sistemi glaciali in tutto il mondo colpiti dai cambiamenti climatici.

Fonte: segnidalcielo.it   http://www.ecplanet.com

In Italia gli stipendi costano alle ditte il doppio del netto

Lavoratori

Soprattutto le tasse e poi contributi previdenziali continuano ad alleggerire in maniera eccessiva i salari e gli stipendi, condizionando negativamente la capacità di spesa degli italiani.

A dirlo è l’Ufficio studi della CGIA, che ha esaminato la composizione delle buste paga di 2 lavoratori dipendenti entrambi occupati nel settore metalmeccanico dell’industria.

Il primo caso riguarda un operaio con uno stipendio mensile netto di poco superiore ai 1.350 euro: al suo titolare costa, invece, un po’ meno del doppio: 2.357 euro.

Questo importo è dato dalla somma della retribuzione lorda (1.791 euro) e dal prelievo contributivo a carico dell’imprenditore (566 euro). Il cuneo fiscale (dato dalla differenza tra il costo per l’azienda e la retribuzione netta) è pari a 979 euro che incide sul costo del lavoro per il 41,5%.

Il secondo caso, invece, si riferisce a un impiegato con una busta paga netta di poco superiore a 1.700 euro. In questa ipotesi, il datore di lavoro deve farsi carico di un costo di oltre 3.200 euro.

Importo, quest’ultimo, quasi doppio rispetto allo stipendio erogato.

Questa cifra è composta dalla retribuzione mensile lorda (2.483 euro) a cui si aggiungono i contributi mensili versati dal titolare dell’azienda (729 euro). Il cuneo fiscale è di 1.503 euro che incide sul costo del lavoro per il 46,8%.

E anche se quasi 1 milione di persone su 11,9 milioni che hanno beneficiato degli 80 euro nel 2015 è stato costretto a restituirli interamente, l’introduzione del bonus Renzi e il taglio dell’Irap avvenuto nel 2015 sul costo del lavoro ai dipendenti assunti con un contratto a tempo indeterminato hanno garantito una riduzione del carico fiscale di circa 14 miliardi, ma a tempo determinato: 3 anni, poi si torna come prima anzi peggio di prima, perché molti degli assunti saranno licenziati proprio per l’enorme peso delle tasse dello stato sullo stipendio.

Inoltre, sebbene la metà dei 9 miliardi annui che servono per coprire la spesa del bonus Renzi sia finita nelle tasche di dipendenti che vivono in famiglie con redditi medio-alti, è altrettanto vero che secondo un’indagine realizzata dalla Banca d’Italia, il 90% delle famiglie percettrici di questa agevolazione hanno dichiarato di averla spesa e di aver destinato il restante 10% al risparmio e al rimborso di debiti.

In altre parole, nonostante la metà dei destinatari non fosse costituita da lavoratori a basso reddito, buona parte di questo bonus è stato speso per gli acquisti, a dimostrazione che se si rendono più pesanti le buste paga la gente torna a spendere e a far ripartire i consumi interni che, ricordiamo, sono la componente più importante del Pil nazionale. Ma è comunque pochissima cosa, rispetto il “gigante tasse” che schiaccia gli stipendi dei lavoratori e i conti del costo del lavoro delle aziende.

“Oltre a tagliare l’Irpef – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – è necessario intervenire anche sulla riduzione del prelievo in capo al datore di lavoro che in Italia è tra i più elevati d’Europa. Secondo l’Ocse, infatti, tra gli oltre 30 paesi più industrializzati del mondo solo Francia, Repubblica Ceca ed Estonia hanno un carico contributivo per dipendente superiore all’Italia.

Una situazione che ci impone non tanto di tagliare l’aliquota previdenziale che, in un sistema ormai contributivo, danneggerebbe i lavoratori, ma di proseguire con maggiore determinazione nella riduzione delle tasse sulle imprese”.

Riduzione che con le imposizioni della Ue e con l’euro è assolutamente impossibile.

Fonte: ilnord.it   http://www.ecplanet.com